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La "questione polizia"

da http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-questione-polizia/

Sono intervenuto, su sedi diverse (in particolare il quotidiano «La Stampa»), più volte in passato, davanti a fatti di cronaca o eventi politici (come quelli di Genova dell’estate 2001), per ricordare che esiste nel nostro Paese una “questione polizia”. E come altre questioni, a cominciare da quella meridionale – di cui è tempo di parlare, peraltro, anche qui –, è del tutto irrisolta. Va premesso un reverente pensiero a quanti in divisa hanno pagato un prezzo altissimo, fino alla stessa vita, per aver compiuto il loro dovere, in cambio di una manciata di denari, e tra molte umiliazioni (specie ora, con un governo che esalta le forze dell’ordine ma toglie loro i fondi, e le affianca con grottesche ronde di cittadini): come dimenticare poliziotti eccezionali come Cassarà o Montana uccisi dalla lupara mafiosa? O Carlo Alberto Dalla Chiesa e la sua scorta? E tanti altri, in una dolorosa lista di caduti sul campo della difesa della società dalle tante mafie, dal nuovo crimine organizzato, dall’illegalità diffusa che spesso diventa delinquenza omicida e non esita a travolgere ogni ostacolo davanti a sé, a cominciare dal tutore dell’ordine in divisa.

E nondimeno, non può essere dimenticato neppure l’altro lato della medaglia, su cui si poggiano dati negativi assai pesanti. Sbaglierebbe chi ritenesse una novità gli episodi degli ultimi tempi, in particolare ai danni di ragazzi italiani e stranieri sostanzialmente senza alcuna vera colpa penale, come il povero Stefano Cucchi: episodi che richiamano fatti del passato, come il pestaggio e l’uccisione di Federico Aldrovandi, per limitarsi a un nome. Ogni volta ci si stupisce, e quel che è peggio ogni volta si tace, o tutt’al più, quando (di rado) le responsabilità di singoli agenti o carabinieri o finanzieri siano accertate, si ricorre a perifrasi che preliminarmente insistono sulle “mele marce”, che non possono certo “gettare fango” sul corpo: vedasi l’incredibile vicenda dei carabinieri ricattatori del governatore del Lazio, Piero Marrazzo. E stiamo parlando di episodi che sono assurti agli onori della cronaca: ma quanti sono quelli di ordinaria, silenziosa amministrazione, nelle caserme, nei commissariati, nelle carceri? O addirittura in case private, oggetto di “visite” delle forze dell’ordine? (Mi è stato riferito, recentemente, di una irruzione poliziesca in casa di una coppia di giovani che effettivamente “arrotondava” con lo spaccio: prima ancora di parlare gli agenti hanno “gonfiato” di botte i due, e hanno letteralmente devastato il loro piccolo, modestissimo appartamento: si difende così la legalità?).

A Torino, il 1° maggio 1999 (governo di Centrosinistra, presidente D’Alema, ministro dell’Interno Enzo Bianco), si svolse un’irruzione intimidatoria della polizia nel Centro Askatasuna – un centro sociale ormai “storico”, affermatosi anche grazie a funzioni sociali da esso svolto importanti nel quartiere – con pestaggi, arresti ingiustificati, distruzioni di arredi e di tutti i libri della biblioteca, e inquietanti scritte istoriate sulle pareti (“Dux”, “Che frocio”…). Allora Torino, per non dire del resto del Paese, tacque: pochissime, flebili voci si fecero sentire. E fu assai male. Poi vennero i fatti di Napoli, e quindi di Genova, sotto Berlusconi II, con Gianfranco Fini alla “regia” nella Caserma Diaz.

Quando gli episodi sono tanti, e così frequenti, e si ripetono al di là del succedersi dei governi, vuol dire che esiste un problema di fondo. Emerge un panorama delle istituzioni preposte alla tutela della nostra sicurezza in chiaroscuro, con episodi di fedeltà allo Stato contaminati da vicende di segno opposto, con autentici eroi ai quali si affiancano uomini, perlopiù delle alte sfere, ma anche della truppa, a dir poco chiacchierati per non dir peggio, molto peggio. Tutto questo potrebbe essere anche interpretato come un segno dell’accresciuta integrazione con la società delle forze dell’ordine rispetto a un passato nemmeno tanto lontano quando la democrazia rimaneva fuori della porta delle caserme, la richiesta di un sindacato appariva sovversiva, e la formazione culturale degli agenti, graduati e funzionari era gravissimamente deficitaria. Oggi che certe conquiste sono raggiunte, sembra che i progressi sul piano della modernizzazione degli apparati polizieschi abbiano fatto passare in secondo piano il significato di battaglie civili in cui molti uomini in divisa furono coinvolti in prima persona.

Il problema di fondo, insomma, non è di strutture, o di mezzi, che pure oggi sono gravemente carenti; è piuttosto un problema di formazione. Finché la divisa rimarrà essenzialmente un’alternativa all’emigrazione nel Mezzogiorno, finché nelle Scuole di polizia e nelle Caserme degli altri corpi non si farà un salto di qualità: la buona volontà, le professionalità, l’abnegazione dei singoli non ci daranno forze dell’ordine democratiche, formate sulla Costituzione repubblicana e sugli altri “testi sacri” e capaci di stabilire un rapporto corretto con la cittadinanza,
Tante volte si è detto, in replica alle denunce di episodi di corruzione o violenza, che non si intende fare “un processo” alla polizia e ai carabinieri. Ho scritto più volte che, invece, quel processo è da fare: non nel senso, ovviamente, di mettere tutti gli uomini (ora anche donne!) dei corpi di polizia sul banco degli imputati, ma nel senso che occorre che la cultura istituzionale si interroghi sullo spazio che, del tutto impropriamente, le forze di polizia hanno occupato nella fisionomia dello Stato.

Il succedersi delle stagioni e dei governi e i cambiamenti epocali della storia d’Italia, non hanno messo in forse due dati di fondo. 1) Le forze di polizia sono state sempre prima di tutto forze “dell’ordine” invece che forze di sicurezza: è stato e continua ad essere l’ordine pubblico la prima e spesso pressoché loro unica preoccupazione, a detrimento della dialettica democratica da una parte e della lotta al crimine dall’altra. 2) Gli apparati (enormi e pletorici) di polizia hanno acquistato un ruolo extraistituzionale che ha finito per marginalizzare non solo quello della magistratura, ma degli stessi governi. A ciò si aggiunge che negli ultimi tempi, con il crearsi di un diffuso senso comune, generato anche da precise scelte politiche governative, nazionali e locali, si stanno evidenziando cittadini di serie B e addirittura di serie C: gli “sfigati”, i non garantiti, gli immigrati extracomunitari. Tra loro, però, non capita mai di trovare boss della camorra, grandi bancarottieri, super-evasori fiscali, e simili.

In definitiva, le forze di polizia hanno costituito una sorta di potere a sé, che si esercita quasi indipendentemente dal potere esecutivo e dal potere giudiziario, e si accanisce contro coloro che nessuno è in grado di difendere, codici alla mano. Siamo in un grave ritardo, come segnala lo stillicidio di casi di tale gravità, quali il fermo, l’arresto, la detenzione, il pestaggio fino alla morte per cause “misteriose” di ragazzi che hanno avuto principalmente la mala sorte di imbattersi in una pattuglia di polizia. Se siamo a questo punto, occorre che, urgentemente, la cultura liberale si ridesti dal suo sonno e affronti di petto quello che definii in passato (suscitando il risentimento dell’Onorevole Napolitano, già ministro dell’Interno con Prodi), “un nodo scorsoio sul collo della democrazia italiana”: la questione polizia.

Angelo d’Orsi

Pubblicato il 4/11/2009 alle 16.58 nella rubrica Diario.

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