.
Annunci online

 
terzostato 
"Qu'est-ce que c'est le Tiers Etat?"
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  guerrilla radio
pollyanna
gogo
bubu
visionidiblimunda
isulina
liberolanima
peppus
chemako
goccia
gentecattiva
aira
augusta
jolanda
interprete
valigetta
virginia
compagni di viaggio
irlanda
vulcano
fioredicampo
efesto
mediterraneo blu
V
letizia
cavaliere errante
paolo borrello
rossoantico
ninetta
la bruna
fabio
Il Maestro
beppone
mon hotel garni
mon travail
mon dieu
ma situation
DLF
gennaro carotenuto
voglioscendere
carlo cornaglia
attac
medicina democratica
peacelink
megachip
spazioamico
amnesty international
nessuno tocchi caino
  cerca

Questo blog non è una testata giornalistica, in quanto aggiornato senza alcuna periodicità: non può in alcun modo essere considerato pertanto un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001. Alcuni contenuti prevalentemente videomusicali di questo spazio sono stati reperiti su siti web di notoria libera divulgazione o comunque accompagnati dall'indicazione della fonte: l'Autore del blog provvederà alla loro rimozione qualora i detentori dei loro diritti li ritenessero lesi, non essendo peraltro responsabile dell'operato dei suddetti siti. Chiunque, senza scopo di lucro e citandone la fonte, può utilizzare liberamente i contenuti originali del presente blog. Per un eventuale loro uso a fini commerciali, comunque sconsigliato, è invece necessario un accordo preventivo con l'Autore. Quest'ultimo si dichiara inoltre non responsabile di eventuali commenti offensivi o inappropriati rilasciati dai visitatori del presente blog; essi saranno rimossi soltanto in casi eccezionali (ad esempio, nei casi in cui si configurino ipotesi di reato) e a insindacabile giudizio dell'Autore.


Questo blog è casa mia. Come una casa si arreda secondo i propri gusti, così su questo spazio scrivo quello che mi pare, con o senza il gradimento altrui. Gli unici nomi reali che vi compaiono appartengono a personaggi pubblici, riguardo ai quali, si spera ancora per qualche tempo, è in vigore la libertà d'opinione. A volte anche a me, come a tutti i gestori di spazi simili a questo, succede di scrivere storie ispirate a vicende personali. Ma in quei casi i nomi sono o fittizi o assenti del tutto. Se qualcuno o qualcuna, geograficamente vicino o vicina a me, crede di riconoscersi in qualche personaggio di cui scrivo, sono problemi esclusivamente suoi: da parte mia, posso soltanto consigliare a questi individui di non far più visita a questo spazio. Io racconto storie, non rilascio deposizioni giudiziarie, né faccio pettegolezzo da portineria: quest'ultimo soprattutto è uno sport che lascio volentieri ad altri o ad altre. Concludo questa seconda avvertenza, che si è resa necessaria contro la mia volontà, con un proverbio napoletano che calza a pennello con la circostanza: "Chi vò male a chesta casa addà crepà primm ca trase."


Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950. "Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." - Pubblicato nella rivista “Scuola democratica”, 20 marzo 1950





un dito per maroni























 

Diario | recensioni musicali | recensioni libresche | badineries |
 
Diario
1visite.

13 novembre 2008

Lavoro in Formazione

da http://blog.splinder.com/

Diapositiva 1

Questo foglio è l'esito dell’elaborazione collettiva di un gruppo di docenti dell’università e della scuola, studenti e studentesse, precari e precarie dell'università, genitori di varie città (Bologna, Macerata, Milano, Padova, Salerno, Urbino, Vicenza).

Lo proponiamo al dibattito del movimento nella convinzione che sia necessario approfondire il più possibile l'analisi delle trasformazioni attuali dell’intero sistema della formazione

 

La violenza ‘naturale’ dell’ineluttabilità economica

 

La cosiddetta riforma Gelmini interviene sulla scuola primaria con la violenza ‘naturale’ dell’ineluttabilità economica. Essa irrompe senza pudore nei titoli e nei sottotitoli della legge 133: Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica; Contenimento della spesa per il pubblico impiego; Disposizioni in materia di organizzazione scolastica … Nessun progetto educativo, nessuna intenzione didattica, soltanto la volontà di fare cassa sembra orientare i tagli sul personale e il ritorno del maestro unico. Con la riduzione programmata dei finanziamenti alla scuola e all’università, la riforma esplicita il tentativo di ridisegnare l’intero sistema formativo, cioè uno dei principali ambiti di definizione della collocazione di un paese nella divisione internazionale del lavoro.

Dalla scuola all’università,la riforma va presa sul serio anche oltre la scuola e oltre l’università, perché è sul lavoro e sull’organizzazione della società nel suo complesso che essa intende far pesare la violenza ‘naturale’ dell’ineluttabilità economica.

La continua ristrutturazione del settore della formazione in Italia nel corso degli ultimi dieci anni ha garantito non solo instabilità e precarietà per quanti ci lavorano, ma anche una dequalificazione delle forme di conoscenza teoriche e pratiche per gli studenti di ogni ordine e grado. Il lamento sull’eccessivo numero di corsi di laurea va indirizzato immediatamente al padronato italiano che per decenni ha chiesto manodopera piegata alle necessità congiunturali del mercato del lavoro, da immettere direttamente in produzione e quindi iperspecializzata. Da qui la proliferazione di corsi di laurea sostenuti, anche per ragioni di vecchi potentati e di baronato accademico, da una parte importante del corpo docente. Da qui una concezione dei licei come propedeutici rispetto all’università, la pretesa di incanalare sin da subito i percorsi formativi individuali dentro a confini disciplinari specifici, l’incentivazione di poli formativi nei quali le imprese possano far valere le proprie pretese, la previsione dell’alternanza scuola-lavoro con il riconoscimento formativo di quest’ultimo, tutti giustificati dall’esigenza di creare un nesso immediato tra formazione e lavoro. Questo nesso però non è niente più che un vuoto enunciato cui si appoggiano governi italiani ed europei: se anche la formazione universitaria offre oggi quasi sempre lavoro precario e mal pagato, ciò avviene proprio perché è ormai saltata la connessione tra formazione e profili lavorativi, specie professionali. Questa iperspecializzazione, che poi altro non è che un’esasperata parcellizzazione della conoscenza, ha perciò l’effetto paradossale di produrre una manodopera anche intellettuale dequalificata e sfruttata a livelli più bassi rispetto alla formazione acquisita, oppure priva della flessibilità richiesta da un punto di vista aziendale e perciò costretta all’immissione in rapporti di lavoro che alternano discontinuità di reddito a forme contrattuali che sotto le mentite spoglie dell’apprendistato o della formazione lavoro nascondono il più tradizionale sfruttamento dei neoassunti.

D’altra parte è chiaro che la riforma non mira certo a produrre le condizioni per un uso flessibile del tempo di lavoro: questo potrebbe risultare solo dall’investimento in una formazione strutturata e non disorganica accompagnato da un aumento dei salari e da una ristrutturazione delle garanzie e delle protezioni del sistema di welfare. La Francia forse se n’è accorta se, per uscire dalla crisi, sta pensando di aumentare i finanziamenti destinati alla ricerca. L’Italia invece pare determinata a produrre e riprodurre precarietà, a collocarsi nel sistema della divisione internazionale del lavoro a metà strada tra i paesi a produzione tecnologicamente avanzata e quelli a basso costo del lavoro –con la prospettiva tutt’altro che remota di uno slittamento ulteriore verso il basso.

La specializzazione viene ripensata all'altezza di un mercato del lavoro sempre più proiettato sull’oggi.

La merce prodotta dalle università italiane e dagli istituti superiori deve corrispondere alle esigenze di un sistema produttivo che gestisce subappalti a livello internazionale e necessita di una massa di precari a bassi salari e possibilmente non sindacalizzati.

È d’altra parte significativo che, proprio in questi giorni la Romania, il principale serbatoio di forza lavoro a basso costo per le imprese italiane, abbia deciso di aumentare i salari dei propri insegnanti del 50%, affermando che “nessun bravo laureato accetta di entrare nel sistema scolastico per 200 euro al mese”.

E mentre la Romania investe in formazione, il lavoro migrante si ritrova sistematicamente svalorizzato a ogni passaggio di confine.

Come la dequalificazione prodotta dalla specializzazione, così il mancato riconoscimento legale dei titoli di studio dei migranti risponde a una strategia di contenimento del costo del lavoro, mentre la previsione di corsi di formazione nei paesi d’origine per coloro che intendono venire in Italia –contenuta ormai in tutti gli accordi bilaterali –è l’esempio di una tendenza più generale ad affidare alle imprese, in via diretta o indiretta, la gestione dei percorsi formativi.

Gli autori di questa specie di riforma lasciano intravedere un’unica via d’uscita da questo processo di precarizzazione: passare dalle strutture private oppure pagarsi una formazione permanente di alto livello. È già abbastanza chiaro, ma non fa male ripeterlo, che questa riforma è una riforma di classe.

Gli strumenti sono al tempo stesso antichi e nuovi: il falso egualitarismo del grembiule vuole nascondere le differenze di censo sempre più marcate; la segregazione scolastica dei figli dei migranti vuole dividere fin da subito secondo la linea del colore i futuri lavoratori e cancellare qualunque prospettiva di emancipazione sociale attraverso l’educazione; l’iper-semplificazionedel processo di apprendimento liscia il pelo all’opinione pubblica; il ritorno al tempo-scuola (24 ore + doposcuola) riproduce fratture di classe che porteranno verso le scuole private quelli che potranno pagare il tempo-pieno, dequalificheranno complessivamente la formazione pubblica e aggraveranno il ruolo delle famiglie in funzione, oltre che del reddito, del tempo libero a disposizione per seguire i figli a casa. Tutto questo renderà ancor più ricattabili i padri, costretti all’asservimento a scelte padronali per garantire quote addizionali di salario.

Tutto questo, però, graverà soprattutto sull’occupazione femminile, sia tra le insegnanti, sia tra le madri: aumentando il carico di lavoro riproduttivo, il governo insegue ancora l’utopia patriarcale di confinare definitivamente le donne nella sfera domestica.

Non è vero che la riforma Gelmini non c’entra con l’università! Noi diciamo chiaramente che essa è parte di una manovra tanto cialtrona quanto pericolosa rivolta all’intero processo di formazione e al lavoro. Questa manovra afferma a chiare lettere che il figlio dell’operaio dovrà restare operaio, che sarà pagato peggio e avrà meno diritti. Questa manovra ci dice letteralmente che studiare non serve a nulla, o serve a molto poco, che chi potrà permetterselo avrà comunque la strada aperta, e chi non se lo potrà permettere è meglio che si tolga i grilli dalla testa.

Tutto questo, accanto al ripristino del voto in condotta e al tentativo di trasformare le università in fondazioni, mostra la volontà di legittimare ed estendere il controllo politico ai comportamenti degli studenti e all’attività didattica e di ricerca dei docenti. Si tratta di intendere queste riforme come una serie di tentativi di sincronizzare l’intero ciclo della formazione con la società e il mondo del lavoro che mira a razionalizzare il lavoro formativo. La formazione di nuova forza-lavoro richiede un nuovo lavoro formativo. Per questo, come la scuola deve essere capace di guardare al di là della necessaria difesa dell’istruzione pubblica, così l’università non deve chiudersi corporativamente in se stessa, cercando di portare a casa qualche finanziamento per la ricerca in più, come sperano i rettori volenterosi delle università cosiddette virtuose. E come, almeno in parte, sono già riusciti a ottenere. Tanto meno essa deve guardare romanticamente verso l’università di alcuni decenni fa o, altra faccia della stessa medaglia, inseguire l’idea che in un mondo di merci la cultura e il sapere non siano tali. Entrambi gli atteggiamenti sono velleitari e incapaci di vedere la formazionenel complesso delle trasformazioni del lavoro, della società e dei saperi.

Il problema non è se siamo o non siamo merci per il mercato del lavoro, ma se siamo merci povere o ricche, capaci di contare o no. Solo se il sapere è una merce ricca, non disponibile a essere usata al prezzo più basso e forte della propria capacità cooperativa, solo se siamo merci così intelligenti da sovvertire i processi di precarizzazione che investono tanto il sapere quanto il salario, solo allora possiamo porre un’ipoteca sulle regole del mercato, forzandole politicamente e procedendo oltre a esse.

La manovra in atto riprende le linee già presenti nella riforma Berlinguer, con la previsione di un’alternanza scuola-lavoro in virtù della quale si garantisce una diretta partecipazione delle imprese ai processi formativi. Nella misura in cui consente l’acquisizione di “competenze spendibili sul mercato del lavoro”, l’esperienza lavorativa viene inclusa a pieno titolo nel percorso di formazione. Per quanto riguarda l’Università, questa equivalenza è stata formalizzata con l’introduzione dei Crediti Formativi Universitari (CFU) e con il decreto ministeriale 509/1999 in materia di autonomia didattica. Si trattava di allineare l’università italiana al modello europeo delineato a Bologna nel giugno 1999, che indicava la necessità di rendere misurabili i percorsi formativi per promuovere la mobilità dei cittadini dell’Unione secondo un criterio di employability [impiegabilità]. I CFU, come ogni studente sa bene, corrispondono a un determinato numero di ore-lavoro da suddividere tra ore-lavoro di lezione individuale e ore-lavoro di studio individuale.

Con la moltiplicazione dei CFU e dei corsi, gli studenti si sono trovati dentro un ciclo universitario che ha completamente saturato i loro tempi di formazione-lavoro.

Il tempo del lavoro formativo è diventato misurabile, sempre più dequalificato e quantificabile e, se si considera che i CFU vengono assegnati anche per attività lavorative extrascolastiche, si vede che il tempo del lavoro formativo è diventato tempo di lavoro astratto, rapportabile a qualsiasi altro tempo di lavoro.

Tutto ciò determina una frammentazione dei percorsi di studio trasformandoli nell’apprendistato di individui separati la cui cooperazione si vuole

ridotta a competizione. La sincronizzazione del processo formativo con i presunti bisogni della società avviene così nel segno della sconnessione tra formazione e lavoro con l’obiettivo di svalorizzare tanto il lavoro intellettuale quanto quello manuale. I docenti, dal canto loro, hanno dovuto ristrutturare la didattica e ridefinire i manuali per rimanere all’interno di quel rapporto tra CFU, ore di lavoro-individuale e ore di lezione.

In alcune facoltà statunitensi è il singolo dipartimento a stabilire il programma del corso, assegnando anche i powerpoint al docente.

Il ciclo della formazione è compiutamente taylorizzato e ogni singolo docente diventa completamente sostituibile. È in questa specifica configurazione del lavoro formativo e della produzione di sapere che si spiega anche la proliferazione di figure  lavorative precarie all’interno dell’università.

Il modello delle scienze naturali è diventato il modello delle scienze umanistiche, non solo per quanto riguarda i criteri di valutazione, ma anche nell’organizzazione del lavoro didattico.

Non serve a molto rivendicare la specificità del sapere umanistico, guardando nostalgicamente verso la vecchia separazione tra scienze naturali e scienze dello spirito. È più utile pensare e discutere criticamente la convergenza delle scienze, incluse quelle umanistiche, verso le tecnoscienze, ovvero verso una logica che piega la ricerca alla soluzione di un problema puntuale e asserve la conoscenza alla sua immediata spendibilità. I programmi quadro promossi dall’Unione Europea sono un chiaro esempio in questa direzione, poiché l’erogazione di finanziamenti dipende dalla subordinazione della scienza alla sua applicabilità, anche per quanto riguarda le vecchie e care scienze umane. Ciò non solo pone grossi problemi alla ricerca scientifica di base, che non è sempre piegata né piegabile a esigenze di mercato, ma supporta e legittima solo quella ricerca che muove dalla fondamentale accettazione degli obiettivi impostati dalla stessa Unione Europea: in altri termini, l’esito delle ricerche è già previsto nei loro presupposti.

Questo è l’oggetto da sottoporre a critica. Bisogna partire da qui per ripensare l’oggettivazione e la modificazione dei saperi nell’intero ciclo della formazione. Bisogna muovere dalla soggettività di studenti e lavoratori della formazione, dalla loro crescente indifferenza, e talvolta ostilità, verso un lavoro sempre meno attraente e sempre più intensificato. Individuare i reali bisogni – tanto degli studenti quanto dei docenti – che, restando inappagati, si manifestano in termini di frustrazione e ostilità verso una formazione sempre più impoverita. Riconoscere l’ampiezza dell’attacco governativo, che colpisce la scuola pubblica per ‘educare’ milioni di lavoratori all’accettazione di un nuovo e più spietato comando capitalistico.

 

Oltre la scuola, oltre l’università

 

In queste ultime due settimane un movimento nuovo è emerso con una parola d’ordine straordinariamente coagulante: Non saremo noi a pagare la vostra crisi. È un movimento che si è preso la parola e il diritto di mettere in discussione leggi governative che, nella regola odierna dell’eccezione amministrata, dissolvono anche le procedure democratiche proprie dell’università e della società di un tempo. Di fronte a una manovra con forti segni di classe, tesa a differenziare e separare, a segregare strati sociali, questo movimento presenta caratteristiche fortemente antirazziste, contrapponendosi all’esasperazione dell’insicurezza, alla discriminazione palese contro i migranti e i loro figli. E questo è cruciale, perché la proposta di classi-separate per i figli dei migranti mostra uno dei principali intenti del governo politico del lavoro formativo: si vuole insegnare ai migranti, sin dal principio, che occupano il posto più basso nella gerarchia sociale e dei diritti, e al contempo si vuole mostrare alle italiane e agli italiani che c’è qualcuno sotto di loro, che possono essere retrocessi, che, nonostante siano anche loro precari e sfruttati, possono affermare una qualche superiorità. In questa fabbrica di gerarchie si colloca lo stesso accordo di Bologna del 1999: la promozione della mobilità dei cittadini europei garantita dall’equivalenza dei CFU non è comprensibile senza la limitazione della mobilità dei migranti dentro e verso l’Europa. Dobbiamo essere consapevoli che non siamo solo un movimento di studenti. Siamo sulla cresta di un’onda composta da studenti, insegnanti, genitori che non accettano di essere oggetto di una miserabile dequalificazione di ogni formazione presente e futura. Un gioco al ribasso, soprattutto nei diritti, che non colpisce solo questo comparto, ma che investe anche altre categorie, gli operai e i migranti ad esempio, con le quali sarebbe opportuno cercare punti di contatto e canali di comunicazione.

La possibilità che si apre per il soggetto collettivo protagonista delle mobilitazioni di queste settimane è allora quella di un nuovo campo di esperienza politica. Non si tratta infatti della rivendicazione del diritto allo studio da parte di clienti destinati al consumo, ma della scelta per una nuova qualità della formazione. Questa scelta non può che essere collettiva, e spingersi al di fuori dei confini di scuole e università, pensando a scuole e a università come parte essenziale della ridefinizione del comando sul lavoro.

Bisogna sforzarsi di rendere sempre più evidente il significato di questa mobilitazione come qualcosa che investe la condizione presente di studenti e insegnanti, lavoratori e lavoratrici, europei e migranti, uomini e donne.

 

CONTATTI E INFO: lavoro_in_formazione@yahoo.it


9 novembre 2008

Bruno Vespa parla di scuola...

da http://precariliguria.blog.kataweb.it/

Il Secolo XIX (01/11/2008): A scuola si può migliorare il profitto risparmiando… (di Bruno Vespa)

A scuola si può migliorare il profitto risparmiando e i rettori dicano dove tagliare gli stipendi inutili
di Bruno Vespa

Le manifestazioni contro il decreto Gelmini hanno oscurato per qualche giorno perfino la crisi economica. Non deve sorprendere: la scuola è tradizionalmente lo zoccolo duro dell’elettorato di sinistra. Secondo Renato Mannheimer, il 33 per cento ottenuto dal Pd alle ultime elezioni diventa il 36 per cento tra gli insegnanti e il 3 per cento della sinistra radicale si raddoppia. Complessivamente, il 36 per cento diventa il 42.
Interpellati dai cronisti, molti dei manifestanti confessavano di non avere ben chiari i motivi della protesta.
E si può capirlo. Il decreto può riassumersi sommariamente in sei capitoli. Su cinque quasi tutti sono d’accordo: inserimento della Costituzione come materia di studio, mantenimento dello stesso libro di testo per cinque anni, sostituzione del giudizio con un voto numerico, valorizzazione del voto in condotta, messa in sicurezza degli edifici scolastici. Il dissenso è sul ritorno al maestro unico, affiancato per altro dal docente di inglese e di religione (per chi se ne avvale).
Chi ha un po’ di memoria ricorda che nella Prima Repubblica il numero degli insegnanti fu moltiplicato non per imprescindibili ragioni didattiche, ma perché si voleva far lavorare più gente. In Europa il maestro unico c’è dappertutto, con la parziale eccezione della Germania, dove più maestri vengono introdotti nella terza classe. In Inghilterra c’è un solo maestro che cambia ogni anno. Nella scuola primaria italiana, c’è un insegnante ogni 10.7 alunni. La media Ocse è di uno ogni 16. In Inghilterra e in Francia ce n’è uno ogni 20. In Spagna e in Austria, uno ogni 14. Negli Stati Uniti e in Svizzera, uno ogni 15. In Giappone, uno ogni 19. A parità di potere d’acquisto, in Italia spendiamo per ogni alunno delle elementari 6.835 dollari, contro i 5.365 della Francia, i 5.014 della Germania, i 5.502 della Spagna, i 6.361 dell’Inghilterra. Eppure i nostri insegnanti di qualunque livello sono i meno pagati del mondo sviluppato. Un professore di liceo guadagna dopo quindici anni di insegnamento 26.400 euro, contro una media Ocse di 34.800euro, in linea con i principali Paesi europei (salvo i tedeschi che sono a 44.400 euro e gli olandesi a 49.000). Si può andare avanti così? Non è meglio avere meno insegnanti e pagarli meglio? Si dice: riducendo i maestri, si abolisce il tempo pieno. Ho sfidato su questo punto in televisione il ministro Gelmini. Sfida raccolta. «A fine gennaio, quando si completeranno le iscrizioni per il prossimo anno – ha risposto – vedrete che il tempo pieno sarà incrementato». Non vale la pena di aspettare prima di metterla in croce?
Capisco che non sostituire i centomila insegnanti che andranno in pensione entro tre anni e non confermare nello stesso periodo 87mila supplenti è una misura dolorosa. Ma allora si abbia il coraggio di dire che la scuola italiana serve a pagare stipendi inutili per ragioni sociali, senza mascherarsi dietro supposte e irreparabili crisi didattiche ai danni dei nostri figli e nipoti.
D’altra parte, i commentatori più autorevoli – tutti professori universitari – hanno riconosciuto che nella scuola si può migliorare il profitto risparmiando. Luca Ricolfi ha parlato sulla Stampa di tagli salutari del 10per cento all’anno.
Bene, poiché la scuola costa 43 miliardi all’anno, in tre anni si arriverebbe a 13 miliardi. La Gelmini vuole tagliarne otto. Allora?
E veniamo all’Università. Quanti sanno che non c’è ancora niente di stabilito? Anche qui tuttavia dobbiamo metterci d’accordo. È possibile avere 170mila insegnamenti controla media europea di 90mila? Lo stipendificio delle scuole elementari scompare dinanzi alla vergogna di 37 corsi di laurea con un solo studente, 113 corsi con meno di dieci alunni e 323 con meno di quindici.
Come si fa ad invocare maggiori investimenti pubblici – che pure sarebbero necessari – quando si continua a pagare sulla base della sciagurata ‘spesa storica’, non distinguendo cioè gli atenei virtuosi (pochissimi, purtroppo) da quelli sull’orlo del fallimento? Perché la conferenza dei rettori, invece di minacciare dimissioni di massa, non si assume l’ingrato compito di stilare una lista suggerendo a chi dare i soldi e a chi toglierli?

BRUNO VESPA,
giornalista e scrittore, dirige e conduce “Porta a porta” su RaiUno.

**************

Commento di Paolo Fasce

L’articolo di Bruno Vespa pubblicato sabato 1 novembre su Il Secolo XIX è una ricca sequenza di informazioni sbagliate. E’ fuor di dubbio che siano abilmente collezionate e presentate, ma si tratta di retorica che non reggerebbe ad un confronto tecnico. Basterebbe un qualsiasi insegnante per fare obiezioni deflagranti.
Vespa sbaglia quando confronta mele con pere; tra i docenti italiani ci sono anche quelli di Religione e Sostegno, assenti negli altri paesi e, gli ultimi, additati in tutto il mondo come un fiore all’occhiello della pedagogia praticata nel nostro paese. Vespa sbaglia quando parla di “zoccolo duro della sinistra”; il 42% di un milione e rotti di lavoratori non può certo rappresentare un problema per Berlusconi, visto che il 58% si orienta altrove. Sbaglia quando dice che siamo tutti d’accordo sullo studio della Costituzione; visto che l’educazione civica c’era già, si tratta di specchietto per le allodole. Sbaglia quando dice che siamo tutti d’accordo sulla chiarezza del voto numerico; si mettano in ordine i seguenti voti e li si traduca in parole chiare: sei meno; sei meno meno; cinque al sei; cinque e mezzo; sei piu’. Sbaglia quando afferma che il numero degli insegnanti (in particolare elementari) fu moltiplicato non per imprescindibili ragioni didattiche, ma perché si voleva far lavorare più gente; la scuola elementare eccelle nel mondo, segno che un investimento in risorse (anche umane) paga. Sbaglia quando lascia intendere che il voto in condotta avrà ricadute reali nella scuola di oggi; si metta il naso in classe per capire l’antifona. Sbaglia quando cita i tagli invocati da Ricolfi, altrettante personalità propongono di investire nella scuola. Sbaglia quando cita i dati OCSE dimenticando quelli che non gli fanno comodo: in Italia si investe poco nell’istruzione e nella ricerca; semplicemente investendo come accadenegli altri paesi, gli stipendi degli insegnanti potrebbero crescere. Sbaglia quando parla dei corsi di laurea con un solo studente (smentito già da una settimana: http://www.flcgil.it/notizie/rassegna_stampa/2008/ottobre/la_bufala_dei_37_corsi_della_gelmini_finalmente_svelata). Sbaglia quando parla di “stipendificio delle scuole elementari” per denigrare l’Università; pensi a Mamma RAI e al cimitero degli elefanti nel quale auspichiamo che finisca anche lui.

********

Per dovere di cronaca, e per farci una bella risata, concludo questo post da tedio domenicale proprio con la bufala dei 37 corsi universitari con un solo studente, svelata dal sito della FLCgil come Paolo Fasce, docente, ha denunciato nel precedente commento alla velina di Bruno Vespa. Buon divertimento.

La bufala dei 37 corsi della Gelmini finalmente svelata

Sull’uscita della gelmini, che ha denunciato l’esistenza in italia di 37 corsi di laurea con un solo studente, scrivevo ieri che forse una ministra farebbe meglio a lavorarci, su questo tipo di problemi, anzichè andare in televisione a denunciarli come se fosse un’inviata di striscia la notizia.

Ora però il mistero è chiarito, Mentana ha mandato i suoi inviati di matrix nelle università dove si sarebbero tenuti i corsi con un solo studente e ha scoperto che:

  • I corsi denunciati come monostudenti hanno invece un numero regolare di studenti, intorno ai 50 e oltre;
  • l’equivoco nasce da tabulati provvisori del ministero, dove il sistema informatico inseriva il numero 1 in attesa di ricevere i dati completi dei nuovi corsi;
  • la notizia bufala è stata inserita per la prima volta alcuni anni fa nel famoso libro ‘La casta’ di Stella e Rizzo, basata appunto sul tabulato provvisorio, e da allora è stata ripresa decine di volte da tutti i giornali, ogni volta come se fosse una novità assoluta.

Ecco quindi chiarito come ha avuto l’informazione sui 37 corsi la ministra gelmini, che ne ha dato notizia in forma ufficiale in conferenza stampa, in piedi alla destra del premier silvio berlusconi. L’ha letta su un giornale che aveva evidentemente ripreso una notizia vecchia di qualche anno e anche fasulla, spacciandola per nuova. Ci ha creduto e ha pensato di rilanciarla per giustificare i tagli.

Tutto ciò è fantastico. No, di più, è simbolico. E’ molto simbolico. E’ un cerchio che si chiude.

La ministra, a capo del ministero della Pubblica Istruzione, per sapere cosa succede nelle Università raccoglie informazioni dai giornali.

I giornalisti, per scrivere articoli sulla scuola, raccolgono informazioni dai vecchi libri e le riciclicano come se fossero scoop sensazionali.

Gli autori della Casta, spiace anche per loro, hanno raccolto le informazioni dal ministero ma non si sono preoccupati minimamente di verificare la notizia, che doveva apparire evidentemente strana.

E così il ministero stampa un tabulato sbagliato, gli autori di un libro di denuncia lo prendono per buono e danno la notizia choc, negli anni successivi i giornalisti pigri riciclano la bufala enne volte e infine la ministra gelmini, che evidentemente apprende dai giornali come vanno le cose nella scuola italiana, se la beve anche lei e va in televisione a denunciare il fatto come una vera vergogna.

E pensare che verificare la fonte era solo questione di mandare una persona nelle università a vedere come stavano le cose, come ha dimostrato Mentana a Matrix. Era facile.

Non ci voleva molto ma non l’ha fatto nessuno. Perchè? Perchè così vanno le cose.

28 settembre 2008

Viva i compagni dell'Alitalia?

da http://www.gennarocarotenuto.it/

«Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia
commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo»

Ernesto Che Guevara

Eccoci qui a fare tutti il tifo per i compagni piloti dell’Alitalia, l’unica vera opposizione, l’aristocrazia del proletariato, la punta di lancia della rivoluzione che verrà. Perfino Gabriele Polo, con ammirevole spirito da crocerossina, oramai scrive sul Manifesto un editoriale in loro difesa un giorno sì e un giorno no.

Ma un comandante Alitalia non guadagna 175.000 Euro l’anno? E’ più o meno quello che guadagnano dieci insegnanti fatti fuori da Mariastella Gelmini e una cinquantina di immigrati fatti fuori dalla Camorra senza né pianto né stridore di denti.

Siamo tutti lì a preoccuparci perché Colaninno gli salvi un giorno di ferie in più e loro da privilegggiati dde destra quali sono continuano a fare la pipì fuori del vasino: “e mica siamo colf”, “e guardate che se ci stressate poi cascano gli aerei”. Poi si scusano, ma la cultura è quella che è…

Ma dove s’è vista mai una categoria che può rinunciare al 30% dello stipendio senza colpo ferire? A chi scrive, non so a voi, se gli tagliano il 30% dello stipendio poi nel giro di un mese gli tagliano pure la luce. Silvio Berlusconi disse che noi saremmo coglioni? E invece la verità è che i coglioni sono loro. In aprile l’hanno religiosamente votato tutti dal primo all’ultimo. Lui l’aveva giurato: “non un solo privilegiato perderà un benefit” e guarda con che moneta li ripaga! Gli dà perfino dei comunisti e di vero c’è che i comunisti sono preoccupatissimi in loro difesa.

Ma crocerossina non è solo Gabriele Polo. E’ proprio la sinistra (aggettivazione libera) che trepida sempre di sensibilità e parafrasa e ribattezza “Ernesto Che Alitalia”: «Siate sempre capaci di sentire dal più profondo della vostra tivù qualunque ingiustizia commessa contro qualunque privilegiato sia in grado di farlo sapere al mondo». Com’è possibile che si sia diventati così stupidi da preoccuparci di più dei piloti dell’Alitalia che di 150.000 posti persi nella scuola? Chissà perchè succede. Forse perché i problemi di chi sta peggio sono così inestricabili nell’attuale modello di sviluppo che, come in una rivista patinata, preferiamo preoccuparci dei piccoli drammi di chi ha avuto fortuna nella vita.

Ricorda di quando gli inglesi nel 1992 preferirono John Major a Neil Kinnock. Nonostante la grande maggioranza di loro stesse molto peggio che all’inizio dell’era Thatcher, ma alcuni stavano infinitamente meglio, l’illusione di poter agganciare l’ultimo biglietto della lotteria neoliberale risultò più attraente di rimetter su un po’ di stato sociale. Sarà per quello che volterianamente siamo tutti convinti che «non importa se guadagni dieci volte più di me, te ne fotti di chi lavora nei call center e pure degli operai di Alitalia e hai votato sempre per Forza Italia, ma io che sono di sinistra comunque darò la vita perché tu possa mantenere i tuoi privilegi».

E allora aiuto, poveri compagni piloti! Pensa se un qualsiasi governo se la prendesse davvero con le caste, con tutte le caste e castine incrostate nel pubblico come nel privato. Insorgeremmo! Ci vorrebbe Bava Beccaris! Pensa se facessero una battaglia vera e tagliassero del 30% i compensi dei militari all’estero, dei diplomatici, degli uscieri della Camera… staremmo tutti lì a compitare: “diritti acquisiti”, “diritti acquisiti” oppure tireremo fuori l’evergreen: “il problema è ben altro”. Pensa se davvero volessero abolire le province con quelle migliaia e migliaia di consiglieri inutili che dovrebbero cercarsi un lavoro vero: “lo spirito di servizio”, “la politica”, “il governo del territorio”. Sarà che in fondo speriamo sempre nell’ultimo strapuntino…

Pensa se un Evo Morales italiano dimezzasse lo stipendio suo e di tutti i deputati: “demagogico”, “demagogico”, “populista”, “populista”. Pensa se abolissero quei mangiapane a tradimento dei notai… Non ci si può mettere un impiegato del comune come si fa in mezzo mondo? No, assolutamente no. Può essere pericoloso toccare anche il più spudorato degli sprechi e il più scandaloso dei privilegi! “Si sa come si comincia e non si sa come si va a finire”. E allora: Viva i compagni notai! Viva i compagni piloti! Nel dubbio preferiremo sempre essere lì a difendere qualsiasi privilegio, qualsiasi privilegiato… l’ingiustizia… ce l’abbiamo nel sangue…

sfoglia
ottobre        dicembre