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Questo blog è casa mia. Come una casa si arreda secondo i propri gusti, così su questo spazio scrivo quello che mi pare, con o senza il gradimento altrui. Gli unici nomi reali che vi compaiono appartengono a personaggi pubblici, riguardo ai quali, si spera ancora per qualche tempo, è in vigore la libertà d'opinione. A volte anche a me, come a tutti i gestori di spazi simili a questo, succede di scrivere storie ispirate a vicende personali. Ma in quei casi i nomi sono o fittizi o assenti del tutto. Se qualcuno o qualcuna, geograficamente vicino o vicina a me, crede di riconoscersi in qualche personaggio di cui scrivo, sono problemi esclusivamente suoi: da parte mia, posso soltanto consigliare a questi individui di non far più visita a questo spazio. Io racconto storie, non rilascio deposizioni giudiziarie, né faccio pettegolezzo da portineria: quest'ultimo soprattutto è uno sport che lascio volentieri ad altri o ad altre. Concludo questa seconda avvertenza, che si è resa necessaria contro la mia volontà, con un proverbio napoletano che calza a pennello con la circostanza: "Chi vò male a chesta casa addà crepà primm ca trase."


Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950. "Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." - Pubblicato nella rivista “Scuola democratica”, 20 marzo 1950





un dito per maroni























 

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4 novembre 2009

La "questione polizia"

da http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-questione-polizia/

Sono intervenuto, su sedi diverse (in particolare il quotidiano «La Stampa»), più volte in passato, davanti a fatti di cronaca o eventi politici (come quelli di Genova dell’estate 2001), per ricordare che esiste nel nostro Paese una “questione polizia”. E come altre questioni, a cominciare da quella meridionale – di cui è tempo di parlare, peraltro, anche qui –, è del tutto irrisolta. Va premesso un reverente pensiero a quanti in divisa hanno pagato un prezzo altissimo, fino alla stessa vita, per aver compiuto il loro dovere, in cambio di una manciata di denari, e tra molte umiliazioni (specie ora, con un governo che esalta le forze dell’ordine ma toglie loro i fondi, e le affianca con grottesche ronde di cittadini): come dimenticare poliziotti eccezionali come Cassarà o Montana uccisi dalla lupara mafiosa? O Carlo Alberto Dalla Chiesa e la sua scorta? E tanti altri, in una dolorosa lista di caduti sul campo della difesa della società dalle tante mafie, dal nuovo crimine organizzato, dall’illegalità diffusa che spesso diventa delinquenza omicida e non esita a travolgere ogni ostacolo davanti a sé, a cominciare dal tutore dell’ordine in divisa.

E nondimeno, non può essere dimenticato neppure l’altro lato della medaglia, su cui si poggiano dati negativi assai pesanti. Sbaglierebbe chi ritenesse una novità gli episodi degli ultimi tempi, in particolare ai danni di ragazzi italiani e stranieri sostanzialmente senza alcuna vera colpa penale, come il povero Stefano Cucchi: episodi che richiamano fatti del passato, come il pestaggio e l’uccisione di Federico Aldrovandi, per limitarsi a un nome. Ogni volta ci si stupisce, e quel che è peggio ogni volta si tace, o tutt’al più, quando (di rado) le responsabilità di singoli agenti o carabinieri o finanzieri siano accertate, si ricorre a perifrasi che preliminarmente insistono sulle “mele marce”, che non possono certo “gettare fango” sul corpo: vedasi l’incredibile vicenda dei carabinieri ricattatori del governatore del Lazio, Piero Marrazzo. E stiamo parlando di episodi che sono assurti agli onori della cronaca: ma quanti sono quelli di ordinaria, silenziosa amministrazione, nelle caserme, nei commissariati, nelle carceri? O addirittura in case private, oggetto di “visite” delle forze dell’ordine? (Mi è stato riferito, recentemente, di una irruzione poliziesca in casa di una coppia di giovani che effettivamente “arrotondava” con lo spaccio: prima ancora di parlare gli agenti hanno “gonfiato” di botte i due, e hanno letteralmente devastato il loro piccolo, modestissimo appartamento: si difende così la legalità?).

A Torino, il 1° maggio 1999 (governo di Centrosinistra, presidente D’Alema, ministro dell’Interno Enzo Bianco), si svolse un’irruzione intimidatoria della polizia nel Centro Askatasuna – un centro sociale ormai “storico”, affermatosi anche grazie a funzioni sociali da esso svolto importanti nel quartiere – con pestaggi, arresti ingiustificati, distruzioni di arredi e di tutti i libri della biblioteca, e inquietanti scritte istoriate sulle pareti (“Dux”, “Che frocio”…). Allora Torino, per non dire del resto del Paese, tacque: pochissime, flebili voci si fecero sentire. E fu assai male. Poi vennero i fatti di Napoli, e quindi di Genova, sotto Berlusconi II, con Gianfranco Fini alla “regia” nella Caserma Diaz.

Quando gli episodi sono tanti, e così frequenti, e si ripetono al di là del succedersi dei governi, vuol dire che esiste un problema di fondo. Emerge un panorama delle istituzioni preposte alla tutela della nostra sicurezza in chiaroscuro, con episodi di fedeltà allo Stato contaminati da vicende di segno opposto, con autentici eroi ai quali si affiancano uomini, perlopiù delle alte sfere, ma anche della truppa, a dir poco chiacchierati per non dir peggio, molto peggio. Tutto questo potrebbe essere anche interpretato come un segno dell’accresciuta integrazione con la società delle forze dell’ordine rispetto a un passato nemmeno tanto lontano quando la democrazia rimaneva fuori della porta delle caserme, la richiesta di un sindacato appariva sovversiva, e la formazione culturale degli agenti, graduati e funzionari era gravissimamente deficitaria. Oggi che certe conquiste sono raggiunte, sembra che i progressi sul piano della modernizzazione degli apparati polizieschi abbiano fatto passare in secondo piano il significato di battaglie civili in cui molti uomini in divisa furono coinvolti in prima persona.

Il problema di fondo, insomma, non è di strutture, o di mezzi, che pure oggi sono gravemente carenti; è piuttosto un problema di formazione. Finché la divisa rimarrà essenzialmente un’alternativa all’emigrazione nel Mezzogiorno, finché nelle Scuole di polizia e nelle Caserme degli altri corpi non si farà un salto di qualità: la buona volontà, le professionalità, l’abnegazione dei singoli non ci daranno forze dell’ordine democratiche, formate sulla Costituzione repubblicana e sugli altri “testi sacri” e capaci di stabilire un rapporto corretto con la cittadinanza,
Tante volte si è detto, in replica alle denunce di episodi di corruzione o violenza, che non si intende fare “un processo” alla polizia e ai carabinieri. Ho scritto più volte che, invece, quel processo è da fare: non nel senso, ovviamente, di mettere tutti gli uomini (ora anche donne!) dei corpi di polizia sul banco degli imputati, ma nel senso che occorre che la cultura istituzionale si interroghi sullo spazio che, del tutto impropriamente, le forze di polizia hanno occupato nella fisionomia dello Stato.

Il succedersi delle stagioni e dei governi e i cambiamenti epocali della storia d’Italia, non hanno messo in forse due dati di fondo. 1) Le forze di polizia sono state sempre prima di tutto forze “dell’ordine” invece che forze di sicurezza: è stato e continua ad essere l’ordine pubblico la prima e spesso pressoché loro unica preoccupazione, a detrimento della dialettica democratica da una parte e della lotta al crimine dall’altra. 2) Gli apparati (enormi e pletorici) di polizia hanno acquistato un ruolo extraistituzionale che ha finito per marginalizzare non solo quello della magistratura, ma degli stessi governi. A ciò si aggiunge che negli ultimi tempi, con il crearsi di un diffuso senso comune, generato anche da precise scelte politiche governative, nazionali e locali, si stanno evidenziando cittadini di serie B e addirittura di serie C: gli “sfigati”, i non garantiti, gli immigrati extracomunitari. Tra loro, però, non capita mai di trovare boss della camorra, grandi bancarottieri, super-evasori fiscali, e simili.

In definitiva, le forze di polizia hanno costituito una sorta di potere a sé, che si esercita quasi indipendentemente dal potere esecutivo e dal potere giudiziario, e si accanisce contro coloro che nessuno è in grado di difendere, codici alla mano. Siamo in un grave ritardo, come segnala lo stillicidio di casi di tale gravità, quali il fermo, l’arresto, la detenzione, il pestaggio fino alla morte per cause “misteriose” di ragazzi che hanno avuto principalmente la mala sorte di imbattersi in una pattuglia di polizia. Se siamo a questo punto, occorre che, urgentemente, la cultura liberale si ridesti dal suo sonno e affronti di petto quello che definii in passato (suscitando il risentimento dell’Onorevole Napolitano, già ministro dell’Interno con Prodi), “un nodo scorsoio sul collo della democrazia italiana”: la questione polizia.

Angelo d’Orsi

7 febbraio 2009

Gli stupratori della democrazia

Di Eluana Englaro, crocifissa sul calvario del suo letto, non importa niente ad alcuno. E’ diventata un vessillo da issare nella guerra ignobile per assicurarsi una supremazia (Vaticano e Cei) o per rafforzare il proprio potere (governo). Berlusconi non è mai intervenuto sulla vicenda, eppure se ne parla da mesi in termini forti, ma si è sempre tenuto alla larga perché i sondaggi erano dalla parte della famiglia Englaro. Poi la svolta sulla via vaticana di Damasco.

Il Vaticano ha parlato, anzi ha chiesto (imposto?) un intervento e lui celere come un treno ad alta velocità è partito per la tangente affrettandosi subito a dichiarare che non bisogna scontentare la «chiesa». Per questo obiettivo funzionale al rafforzamento del suo governo e per accreditarsi come unico interlocutore della gerarchia cattolica, non ha esitato ad andare contro i sondaggi. Egli, infatti, è consapevole di sapere manipolare l’opinione pubblica. Ancora più vigliaccamente, non ha esitato a scaricare la responsabilità politica e morale sul Presidente della Repubblica, cogliendo l’occasione per buttargli addosso fango e ridicolizzare il suo ruolo di garante della costituzione, additandolo al ludibrio delle genti. O si fa come vuole lui, o annulla la costituzione. Non c’è altro nome per definirlo: «Alienum a costitutione»

Su tutto prevale la strumentalizzazione ignobile e immorale di una donna in coma da 17 anni e della sofferenza atroce di una famiglia che avrebbe diritto al silenzio dei non credenti e alla preghiera dei credenti. Chi li accusa di assassinio, se si fosse nel Medio Evo, accenderebbe i roghi e brucerebbe chi pensa diversamente. Sul corpo inerme e silente di una donna martire, s’intrecciano gli interessi congiunti di convergenze politiche e politico-pseudoreligiose per riposizionare il proprio vantaggio, fino al punto che il Vaticano si è schierato contro il Presidente della Repubblica («ci ha deluso»), violando così apertamente il concordato che è la vera palla di piombo al piede della laicità dello Stato italiano. Si parla di «principi», senza rendersi conto che la guerra dei principi, e la storia ne è satura, ha sempre e solo lasciato sul terreno morti e genocidi.

Oggi tutti si accorgono che togliere l’alimentazione e l’idratazione, sebbene forzate, significa compiere un omicidio. Ogni giorno in tutto il mondo, compresa l’Italia, nella più totale indifferenza di tutti, singoli e istituzioni, vediamo milioni e milioni di donne, bambini, anziani scientemente privati del cibo e dell’acqua: perché non si grida con la stessa forza e con lo stesso sdegno all’omicidio, anzi al genocidio? Perché ai negri, agli indiani, agli asiatici, ai latinoamericani, agli emigrati, ai nomadi, ai barboni, ai poveri si possono togliere alimentazione e idratazione e farli morire di fame e di sete, senza che nessuno grida allo scandalo? Perché le nazioni «evolute» per i loro interessi si accaniscono a togliere loro nutrimenti e acqua senza che nessuno li accusa di essere responsabili di stragi? Cosa c’è di diverso tra Eluana Englaro e i milioni di morti di fame e di sete sparsi nel mondo e nelle nostre città?

Berlusconi ha trasformato Eluana in un martello pneumatico per accelerare lo stupro della democrazia, togliendole il cibo del diritto e l’acqua della legalità disponendo del parlamento come della sua personale garçonnière, un lupanare all’aperto. Il picciotto che presiede il Senato ha subito risposto e si è immediatamente predisposto alla bisogna. Don Rodrigo e i suoi bravi non esitano a mandare a mare la suprema Magistratura dello Stato pur di affermare la bulimia ingorda di potere senza freno e senza legge e anche senza alcuna moralità.

Fa pena vedere la gerarchia cattolica fornicare con costui dal quale dovrebbe guardarsi perché è un insulto all’etica, alla religione e ai principi del cristianesimo. Sul corpo esangue e martoriato di una povera donna, inconsapevole, si stanno stringendo nuove alleanza politiche in vista di un futuro drammatico: Berlusconi Casini e fondamentalisti cattolici del PD quanto prima riformuleranno la loro posizione politica. Con la benedizione di papa, cardinali e vescovi. Povera Chiesa! Misero Stato!

Su Eluana nello stato in cui si trova dopo la sentenza della Cassazione, posso solo ripetere le parole del canonico Tosi sul letto di morte di Alessandro Manzoni: adorare, amare, tacere. Prego in silenzio per Eluana, e con il mio angelo custode mando una carezza al suo papà e alla sua mamma.

Genova, 7 febbraio 2009

Paolo Farinella, prete

22 ottobre 2008

Requiem per la democrazia

da www.repubblica.it

Berlusconi: "Polizia nelle università Dalla sinistra bugie, dalla Rai ansia"


ROMA - Berlusconi convoca una conferenza stampa a Palazzo Chigi per mandare un avvertimento agli studenti: "Non permetterò l'occupazione delle università. L'occupazione di luoghi pubblici non è la dimostrazione dell'applicazione della libertà, non è un fatto di democrazia, è una violenza nei confronti degli altri studenti che vogliono studiare". Poi, rivolto a una giornalista del Manifesto che aveva posto la domanda, aggiunge: "Avete 4-5 anni per fare il callo su queste cose. Io non retrocederò di un millimetro".

Ordini al Viminale. "Convocherò oggi - prosegue Berlusconi - il ministro degli Interni, e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa succedere". "La realtà di questi giorni - dice ancora il premier - è la realtà di aule piene di ragazzi che intendono studiare e i manifestanti sono organizzati dall'estrema sinistra, molto spesso, come a Milano, dai centri sociali e da una sinistra che ha trovato il modo di far passare nella scuola delle menzogne e portare un'opposizione nelle strade e nelle piazze alla vita del nostro governo".

Opposizione in allarme. Le parole del premier sono state accolte con enorme preoccupazione dal Pd. "La decisione del presidente del Consiglio di ricorrere all'uso della forza pubblica contro le famiglie e gli studenti che protestano per difendere il diritto allo studio - dice il ministro ombra per le Politiche giovanili Pina Picierno - è gravissimo, è un atto inconcepibile che lede diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione". "Oggi - prosegue - uno stato di polizia contro mamme e bambini e domani magari contro i precari che protestano? Cosa ha in mente il presidente del Consiglio? Abbiamo a che fare con un pompiere piromane che cerca di alimentare ad arte un clima di tensione".

Epifani invita al dialogo. Contesta la minaccia di Berlusconi contro le occupazioni anche il segretario della Cgil Guglielmo Epifani. "E' profondamente sbagliato - afferma il leader sindacale - rispondere alle ragioni del movimento degli studenti con una modalità che non sia quella del dialogo". "Il governo - sottolinea Epifani - non può ricorrere alle minacce. Questo è un movimento che ha caratteristiche del tutto nuove, che non ha senso paragonare al '68 né, tanto meno, al '77. E' un movimento pacifico, gli studenti chiedono di investire nella scuola, è gente che chiede di studiare di più e meglio".

Fioroni: "Parole gravi". Riflessione simile a quella svolta dall'ex ministro della Pubblica Istruzione del centrosinistra Giuseppe Fioroni. "Tutti i ministri della Pubblica Istruzione - ha ricordato - hanno sperimentato le occupazioni e le autogestioni. Nessuno ha mai pensato di invadere le competenze dell'autonomia scolastica e di intervenire nelle decisioni interne che devono essere assunte nel rispetto della serenità e della sicurezza". Quelle di Berlusconi, ha aggiunto, "sono dichiarazioni gravi".

Attacco alla manifestazione. Il presidente del Consiglio ha toccato quindi il tema della manifestazione lanciata dal Pd per sabato prossimo. "Manifestare - ha proseguito - è una possibilità della democrazia ed anche noi ne usufruimmo. Noi, però, manifestammo contro la pressione fiscale del governo Prodi. La manifestazione del 25 ottobre è solo contro il governo e non ha proposte. La piazza non è il posto migliore per fare proposte. Le proposte si fanno in Parlamento".

Nessuna marcia indietro. Il premier accusa poi l'opposizione su uno temi centrali della protesta. "La sinistra - sostiene - dice bugie sulla scuola, fa un allarmismo inutile". E rispondendo a Veltroni, che oggi ha chiesto di ritirare il decreto Gelmini davanti "alle proteste così ampie e diffuse contro la riforma della scuola e le misure con i tagli", invitando Palazzo Chigi a rimodulare i costi, lasciando all'istruzione "ogni euro recuperato dal taglio di sprechi", Berlusconi ha replicato secco: "Noi andremo avanti, questo decreto sulla scuola è sacrosanto, altro che ritirarlo, bisogna applicarlo".

Le classi ponti resteranno. Il Cavaliere ha chiarito successivamente che non sono previsti ripensamenti neppure per la contestatissima proposta delle 'classi ponte' per i figli di immigrati perché "non è dettata da razzismo ma da buonsenso. Conoscere la lingua italiana è necessario". Berlusconi accusa infine la Rai di aver presentato in maniera distorta i provvedimenti del governo. "La televisione pubblica - lamenta - diffonde ansia e le situazioni solo di chi protesta. Sono preoccupato da questo divorzio tra i mezzi di informazione e la realtà".

"A quando la polizia nei giornali?". Affermazioni contro la stampa, quest'ultime, che hanno fatto scattare la preoccupata replica del parlamentare del Pd Piero Martino. "Il tono minaccioso con cui il presidente del Consiglio segnalava ai direttori dei giornali e dei telegiornali la propria preoccupazione ma soprattutto la propria indignazione - si è chiesto il deputato democratico - sarà forse all'ordine del giorno dell'incontro che avrà con il ministro dell'Interno Maroni?". "Oltre a prendere le contromisure adatte a bloccare le manifestazioni degli studenti, degli insegnanti e del corpo non docente della scuola - ha proseguito - Berlusconi invierà le forze dell'ordine anche nelle redazioni per verificare che il suo verbo venga amplificato come lui gradisce?".

Università, non è ancora finita. Deciso a non fare marcia indietro anche il ministro Gelmini, che ha annunciato di voler anzi intervenire in maniera ancora più decisa sulle università. "Bisognerà voltare pagina e fare autocritica", dice, senza "difendere lo status quo". "Siamo disposti a confrontarci e dialogare - prosegue - ma la situazione attuale porterebbe al collasso" perciò "bisogna cambiare".
(22 ottobre 2008)

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da www.gennarocarotenuto.it


Appena gli studenti iniziano a manifestare contro la distruzione del sistema educativo pubblico il governo inizia a reprimere.

Nel 2009, per la prima volta in 800 anni di storia, e come mai è successo al mondo, nessun nuovo ricercatore prenderà servizio in Italia. In nessun ateneo e in nessuna disciplina.

Mentre in tutto il resto d’Europa e del pianeta si investe di più in ricerca, da noi fino a fine legislatura è stato programmato solo di tagliare. Teste. Teste giovani. Teste pensanti.

Ecco come nell’Università di Mariastella Gelmini il lento declino è divenuto un crollo verticale per l’Università e la ricerca scientifica pubblica in Italia.

Immaginate un laboratorio universitario in Farmacia dove si fa ricerca sul cancro. Immaginate che vi lavorino cinque tra professori e ricercatori di ruolo. Con la legge 133, approvata il 6 agosto in un’aula sorda e grigia e in un paese in vacanza, nessuno dei loro collaboratori precari, per quanto indispensabili e meritevoli, potrà entrare in ruolo senza che TUTTI i cinque già strutturati non vadano prima in pensione. Ergo: quel laboratorio è destinato a chiudere e il precario meritevole deve andarsene a vincere il Nobel negli Stati Uniti.

E’ questo l’effetto della scellerata applicazione del blocco del turn over sul pubblico impiego alla docenza universitaria. Non si vivacchia, non si tira più a campare; questa volta è scoppiata la bomba atomica. Da qui alla fine della legislatura il numero dei docenti universitari italiani si contrarrà di almeno 8.000 unità (-13% e più del doppio degli esuberi Alitalia) ma nessuno se ne scandalizza. Anzi, succederà con il plauso dell’opinione pubblica teleguidata a caccia del fannullone e lo sberleffo del Gian Antonio Stella di turno, che sguazza facendo soldi calunniando chi lavora equiparandolo all’impunito, al corrotto, all’incompetente, al nepotista.

La draconiana controriforma Gelmini è una giocata demagogica che colpisce l’Università indiscriminatamente. Il giusto per il peccatore, le discipline in soprannumero come quelle strategiche, l’eccellenza come lo svacco. Taglia le scienze esatte come le umanistiche. I giovani brillanti ma non i vecchi baroni. Altro che meritocrazia! L’obbiettivo apertamente dichiarato, “dobbiamo tagliare”, è portare l’Università pubblica alla paralisi e preparare il terreno alla grande riforma della privatizzazione ch’è nero su bianco nella stessa 133.

Finora i governi di centro-destra e centro-sinistra alternatisi negli ultimi anni, con i ministri Berlinguer, Moratti, Mussi, avevano almeno riconosciuto che il reclutamento di nuovi ricercatori fosse fondamentale per il nostro paese. L’obbiettivo deciso dalla UE a Lisbona vincolerebbe l’Italia entro il 2010 a raggiungere il 3% di prodotto interno lordo dedicato alla ricerca. E’ il minimo per non regredire nel sottosviluppo. L’Italia è ferma all’1% ed ha la metà dei ricercatori e docenti della media dei paesi europei, 2,7 contro 5,1 ogni mille abitanti. Sono numeri catastrofici ma che rimpiangeremo già da domani.

Se l’Italia volesse essere in media con l’Europa (già indietro a USA e Asia) dovrebbe avere 117.000 persone strutturate. Invece il personale strutturato è di appena 62.000 unità e la legge 133 lo farà scendere nel 2012 a 54.000. E siccome la 133 è vessatoria soprattutto verso i giovani, chi resterà avrà un’età media altissima: 55 anni, contro i 41 della Spagna e i 42 della Gran Bretagna.

Facciamola breve con i numeri. Il Sole24ore commenta trionfalmente che il governo finalmente metta un freno alla bulimia dell’università. Balle! E’ un esercizio retorico di demonizzazione che nasconde la realtà. Dei 5.204 concorsi banditi nel 2008, 3.327 sono per nuovi ricercatori. Gli altri 1.800 sono avanzamenti di carriera in un paese dove non è reato il falso in bilancio ma è molto malvisto il voler progredire. Ebbene con 1984 pensionamenti la legge 133 stabilisce che appena 397 vincitori di concorso su oltre cinquemila prenderanno servizio nel 2009. E quasi tutti i 397 fortunati, in un paese di 60 milioni di abitanti –elementare legge del più forte- saranno avanzamenti di carriera. Escono i vecchi e non vengono fatti entrare i giovani.

Il 2009 sarà dunque il primo anno in 800 anni di storia dell’Università nel quale nessun giovane (o al massimo una decina di panda raccomandatissimi) entrerà in servizio. L’Italia sarà il primo paese sviluppato al mondo a compiere un passo così grave. I concorsi sono truccati? L’università italiana ha problemi gravi? Il governo non ripulisce il sistema e butta il bambino con l’acqua sporca, bloccando la vita dei meritevoli. La legge 133 proprio sulla meritocrazia mette infatti la pietra tombale e un vincitore di concorso dovrà aspettare il 2013 per entrare in ruolo. Nel frattempo? Posto non c’è più per nessuno, in maniera indiscriminata. Fa così schifo l’Università italiana che un 6 d’agosto qualsiasi ne è stata eseguita l’eutanasia comunicando la notizia ad esequie avvenute?

Il fatto è che, sempre per la legge 133, le Università, nella loro autonomia, potranno scegliere se rimanere pubbliche e languire come post-Licei di pessima qualità, oppure privatizzarsi trasformandosi in Fondazioni. Si saranno così liberate del costituzionale diritto allo studio e si finanzieranno con fantomatici investimenti privati oltre che con quote d’iscrizione all’americana, da 10 o 20.000 Euro l’anno.

Gli atenei che rimarranno pubblici saranno assediati come nel Medioevo: senza fondi né strutture, con un personale invecchiato, che non fa più ricerca perché oberato di docenza, con stipendi che non recuperano neanche l’inflazione e senza alcuna possibilità di carriera né per i docenti né per gli studenti. Questi, senza più valore legale del titolo di studio saranno a tutti gli effetti dei laureati di serie B.

L’università privatizzata intanto, 10 o 15 in tutto il paese, ritrasformata in università classista (ma con i figli della vera classe dirigente già andati tutti a studiare all’estero come avviene da sempre nel terzo mondo), sarà così docile e funzionale e forse perfino efficiente. Ma fuori ci saranno solo macerie.

Gennaro Carotenuto


 

19 agosto 2008

Democrazia e imperialismo

da http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=7646

Deve essere il vizio delle guerre di Ferragosto quello di intorpidire, col caldo, anche la memoria. Il famoso e poco elegante “l'avevamo detto”. Di Abkazia e Ossezia del sud si parlava già dal 2004 a Pristina, Kosovo. Le polemiche attorno alla dichiarazione unilaterale d'indipendenza del Kosovo albanese, che stavano preparando gli Stati Uniti col sostegno di un bel pezzo di Unione Europea. Per aiutare la memoria incerta, ricorro a fonti indubitabili (Pagine di Difesa). “La comunità internazionale deve accogliere dei principi unici e universali nella soluzione dei problemi interetnici […] Perché se il Kosovo può diventare indipendente non potrebbero diventarlo l'Abkazia e l'Ossezia del sud?” A parlare era l'allora presidente russo Vladimir Putin. Il premier del 2008, dopo l'intervento militare georgiano contro l'Ossezia del sud, non poteva certo smentirsi. Storia già scritta, questa guerra estiva, preannunciata nei dettagli, ad ammonire l'amministrazione americana che la politica dei “due pesi e due misure” non andava bene per i Balcani ma, sopratutto, non poteva permettersela nel Caucaso ex sovietico ricco di gas e petrolio. Ricordo il titolo sulle dichiarazioni di Putin fatto allora dal quotidiano belgradese Politika: “Dico Kosovo, penso Caucaso”. A Washington qualcuno era distratto.

Secondo scherzo della poca memoria da calura ferragostana. Fine dicembre 2004, titolo del Manifesto: “Arancione a stelle e strisce”. Il resoconto di una mia intervista televisiva a Stanko Lazendic, ex leader studentesco serbo del movimento anti Milosevic “Otpor”, allora impegnato ad organizzare la “Rivoluzione arancione” in Ucraina. “Un po' per idealità, sostiene Stanko, ma certo anche per soldi, da buon professionista. Socio fondatore dell'organizzazione non governativa serba «Center of not violent resistence», registrata a Belgrado. Accrediti professionali, oltre a quello di Slobodan Milosevic che attende in galera la sentenza del Tribunale internazionale dell'Aja per crimini di guerra (allora era ancora in vita, NdR) , la caduta dell'ex presidente georgiano Eduard Shevardnadze [...]”. Rileggo la cronaca d'allora e recupero memoria. Per Stanko Lazendic e soci, corsi di addestramento alla “Resistenza non violenta” a Budapest, nel protettorato Nato della Bosnia e in Montenegro. Da Stanko ottengo il nome di almeno un «docente» e le molte sigle di chi pagava i conti di quelle trasferte di «studio». “Nel marzo del 2000, uno dei docenti all'Hilton di Budapest, fu un certo Robert Helvi, già colonnello della Cia, operativo a Rangoon e Burma. L'Ex colonnello Cia (esiste un «ex » in qualsiasi Servizio segreto?), aveva illustrato i 500 modi «non violenti» per destabilizzare un regime autoritario. In pratica una rilettura del libro di Gin Sharp, «Dalla dittatura alla democrazia » . Tecnica del Colpo di Stato col Guanto di Velluto”.

Ricordo l'ex studente serbo negare alcuna dipendenza dalla Cia.  «Noi non siamo della Cia, né lavoriamo per la Cia. Se così fosse, guadagneremmo molto, molto di più dei pochi soldi che riceviamo. Una miseria per i rischi che corriamo». Sarà pure poco, ma chi paga? “La generosità democratica in Serbia, Ucraina, Georgia eccetera, esce dai conti correnti di Us Aid, dall'Istituto Internazionale Repubblicano o dal suo gemello Democratico (Ndi), dalla fondazione Soros o dalla Freedom House, dalle tedesche «Friedrich Ebert» e «Konrad Adenauer» o dalla britannica «Westminster». Le mie trasferte in Ucraina sono state pagate dalla Westminster britannica e dall'American Freedom House. In Georgia, contro Shevardnadze, pagava Soros”.

La serba Otpor in formato esportazione partorisce così «Kmara» (Basta) a Tbilisi, e «Pora» (E' ora) a Kiev. Archivio di lontane memorie. Non ho testimonianza personale di “Kmara”, la “rivoluzione” filo occidentale che fece cadere l'ex-leader della diplomazia nella perestroïka, Eduard Ambrosievitch Shevardnadze e portò al potere l'attuale premier Mikhaïl Saakashvili. “Misha”, vincendo le elezioni del 2004, è da allora il Presidente della Georgia. Conoscitore delle tecniche di comunicazione di massa, apertamente filo-occidentale, “Misha” ha condotto efficaci e popolari campagne contro “la corruzione”. Questo giovane avvocato, allora di 35 anni, ha perfezionato i suoi studi alla Columbia University di New York. Torniamo per un attimo al mio intervistato serbo di Novi Sad, Stanko Lazenvic. Prossimi impegni professionali, Stanko? (chiesi allora, 2004. NdR) «Vedremo. Dopo gli ottimi risultati ottenuti in Serbia, Georgia e Ucraina, spero che avremo altri contratti. Stiamo già lavorando un po' in Bielorussia e siamo in corrispondenza con l'Azerbaijan. Vedremo». Infatti, stiamo vedendo.

Da “Monthly Review” del 2007 (mensile americano, fondato a New York nel 1949, che ebbe, tra i suoi primi collaboratori, Albert Einstein). “ I metodi per manipolare le elezioni straniere sono cambiati dai tempi delle operazioni di cappa e spada della CIA ma gli obiettivi generali del dominio imperiale sono immutati. Adesso il governo U.S. in molti casi conta meno sulla CIA e più su iniziative relativamente trasparenti, intraprese da organizzazioni sia pubbliche sia private, come il National Endowement for Democracy (NED), l'U.S. Agency for International Development (USAID), la Freedom House (Casa della libertà), l'Open Society di George Soros ed una rete attorno al mondo di altre organizzazioni politiche professionali ben finanziate, pubbliche e private [...] Rispetto ai modi clandestini e scopertamente aggressivi con i quali la CIA portò avanti le sue incursioni destabilizzanti dalla fine dagli anni ‘40 alla metà dei ‘70, le attuali forme di manipolazione elettorale sono promosse come “costruzione della democrazia”. Interventi elettorali cruciali per gli obiettivi politici globali degli U.S., per consolidare i vincoli americani con i governi stranieri e stabilire alleanze economiche e militari.

di Ennio Remondino – Megachip dal Manifesto

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In queste ore vengo a sapere che Saakashvili, capace di uccidere a sangue freddo migliaia di civili in Ossezia, si è guadagnato ciò che voleva: l'ingresso nella NATO. Impossibile a questo punto non pensare ad una strategia concertata con gli Stati Uniti. Ricordo anche che in Georgia passa l'unico oleodotto che rifornisce Europa e USA al di fuori del territorio russo, che l'indipendenza georgiana è stata immediatamente ratificata dall'ONU, la quale invece si è sempre rifiutata di riconoscere analogo diritto all'Ossezia del Sud (da dove passa il tratto centrale del suddetto oleodotto) e in cui l'80% dei cittadini ha passaporto russo. Questo sembra l'ultimo regalo dell'amministrazione Bush all'umanità: la ripresa della guerra fredda con Mosca. Medvedev ha già disposto il riarmo alle frontiere in caso gli USA continuino a spalleggiare Saakashvili, Condoleeza Rice ha già in agenda un incontro coi fantocci locali per discutere dei dettagli di una base antimissilistica in Polonia: del placet della NATO la Rice non ha bisogno, oggi la NATO è lei.
Avrete poi notato la presenza, in ogni azione "calda" del governo americano, con o senza CIA, dei generosi finanziamenti della Fondazione di George Soros, magnate americano balzato recentemente agli onori delle cronache, e che i più ricorderanno, per la sua offerta d'acquisto della squadra di calcio della Roma: questo signore di origine greca è diventato uno degli uomini più ricchi del mondo grazie ad abili manovre speculative che hanno gettato sul lastrico milioni di persone nel mondo con semplici movimenti di capitale. Si è fatto poi la fama di filantropo e contestatore della globalizzazione finanziaria, da cui egli in prima persona ha tratto le sue fortune, al punto da diventare uno dei "guru" del movimento no-global (o new global, o old stoopid): visto quello che il galantuomo in questione continua a combinare in ogni parte del mondo, non mi sembra l'ultima ragione per cui quel movimento è imploso miseramente, gioendo ingenuamente ad ogni battaglia vinta (in realtà assai poche e di nessun peso geopolitico) e perdendo una guerra dietro l'altra.
Un altro dettaglio che mi pare interessante. Nei mesi scorsi il prezzo del greggio a barile è sceso di 20 (venti) dollari americani (altro dettaglio di una qualche importanza: Saddam Hussein, alla vigilia del definitivo attacco americano all'Iraq, fu il primo a rifiutarsi di farsi pagare il petrolio in questa valuta, accettando soltanto euro; sappiamo che fine ha fatto), ma nessun cittadino se n'è accorto: i prezzi alla pompa erano rimasti tali e quali. Nei giorni scorsi, con almeno due mesi di ritardo, il Governo italiano ha timidamente invitato le grandi compagnie ad abbassare i prezzi, ora che potevano farlo senza rischio per i loro interessi: i prezzi alla pompa sono effettivamente calati (di pochissimo: i grandi profitti per le multinazionali del petrolio sono già in cassaforte e continuano ad arrivare dalle tasche dei cittadini che nessun governante dice di voler toccare) e tutti i TG di casa e cosa nostra hanno strillato in apertura GRANDE SUCCESSO DEL GOVERNO ITALIANO. Ci sarebbe da ridere, se non fossimo italiani (ed europei, turlupinati anche loro). Questo per dire a chi sostiene che gli interessi delle major in campo energetico sono anche i nostri: il vostro servizio di disinformatori al servizio di appetiti imperiali cercate di svolgerlo meglio, e se proprio volete fare gli idioti sappiate che sarete forse utili a pochi potenti, ma per tutti gli altri siete zavorra. E la zavorra, quando arriva la tempesta, si butta a mare.

"Quando la ragione è tutta da una parte sola, ogni atteggiamento salomonico è fortemente sospettabile."
(Piero Gobetti)

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