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Questo blog è casa mia. Come una casa si arreda secondo i propri gusti, così su questo spazio scrivo quello che mi pare, con o senza il gradimento altrui. Gli unici nomi reali che vi compaiono appartengono a personaggi pubblici, riguardo ai quali, si spera ancora per qualche tempo, è in vigore la libertà d'opinione. A volte anche a me, come a tutti i gestori di spazi simili a questo, succede di scrivere storie ispirate a vicende personali. Ma in quei casi i nomi sono o fittizi o assenti del tutto. Se qualcuno o qualcuna, geograficamente vicino o vicina a me, crede di riconoscersi in qualche personaggio di cui scrivo, sono problemi esclusivamente suoi: da parte mia, posso soltanto consigliare a questi individui di non far più visita a questo spazio. Io racconto storie, non rilascio deposizioni giudiziarie, né faccio pettegolezzo da portineria: quest'ultimo soprattutto è uno sport che lascio volentieri ad altri o ad altre. Concludo questa seconda avvertenza, che si è resa necessaria contro la mia volontà, con un proverbio napoletano che calza a pennello con la circostanza: "Chi vò male a chesta casa addà crepà primm ca trase."


Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950. "Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." - Pubblicato nella rivista “Scuola democratica”, 20 marzo 1950





un dito per maroni























 

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15 novembre 2009

La prescrizione breve




La legge sulla prescrizione breve apparentemente tende a realizzare il principio della ragionevole durata del processo penale, in attuazione dell'art 111 della Costituzione.
Ma così non è.
Essa non accelera i tempi del processo: non è prevista alcuna riforma organizzativa o legislativa, come una nuova distribuzione territoriale dei Tribunali (che risale a 150 anni fa), il loro potenziamento con cancellieri e segretari, la eliminazione degli uffici inutili, lo snellimento delle notifiche.
La legge, invece, avvantaggia i delinquenti più pericolosi e punisce i più deboli.
Ledendo il principio di legalità (art 25 Cost) e di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art 3 Cost); sicchè, con il pretesto di abbreviare i tempi del processo, la legge crea una specie di impunità per i responsabili di delitti gravissimi.
Essa prevede, infatti, la estinzione dei reati – prescrizione- puniti con una pena fino a 10 anni, se uno dei tre gradi del processo durerà più di due anni. Siccome per quasi tutti i reati di corruzione e le truffe colossali in danno dei risparmiatori,- i bond Cirio e i titoli argentini, con miliardi di euro bruciati, le bancarotte, il riciclaggio e il falso in bilancio-, le istruttorie dibattimentali sono lunghe e complesse coinvolgendo paesi stranieri, rifugio dei soldi sporchi, i due anni di un grado del processo saranno sempre superati.
E si estingueranno i processi Mills e Mediaset contro il premier. E le frodi Parmalat e Cirio contro squali della finanza e politici corrotti. Non solo.
Saranno prescritti gli omicidi colposi commessi da criminali imprenditori ai danni di migliaia di operai morti per amianto (Eternit) o violazione delle norme sulla sicurezza (Thyssen). Per colmo dei colmi, non beneficeranno della legge gli immigrati clandestini- come ha chiesto la lega- e i recidivi; sicchè i condannati per un furto al supermercato saranno processati e puniti, mentrecorrotti e corruttori, peculatori di pubblico denaro per milioni di euro, speculatori selvaggi, devastatori dell'ambiente e truffatori internazionali si salveranno. E continueranno a delinquere.

La legge è coerente con una politica criminogena fondata sulla depenalizzazione dei falsi dei bilanci, sulla legittimazione dei fondi neri, sui condoni, sulle evasioni fiscali, sulla legge ex Cirielli che prevedeva la prescrizione breve di delitti gravissimi.


Il disegno di legge sulla prescrizione dovrebbe essere censurata dal Capo dello Stato per palese incostituzionalità. Essa, inoltre, è emanata in una situazione di grave e intollerabile conflitto di interessi in cui versa il premier, che mira non al bene comune ma al proprio interesse personale. Una legge sul conflitto di interessi che il presidente della Repubblica, come garante della Costituzione, e l'opposizione, organo della sovranità popolare, devono perseguire costantemente.


di Ferdinando Imposimato
[13/11/1009]

13 novembre 2009

M'illumino d'incenso, Scodinzolini colpisce ancora

da Il Fatto Quotidiano n°42 del 10 novembre 2009

Dopo i celebri editoriali per rivendicare la censura sul caso Berlusconi-D’Addario e insultare i manifestanti per la libertà di stampa, ieri sera il manganello personale di Berlusconi, al secolo Augusto Minzolini, è tornato a parlare alla Nazione per conto terzi.

Ha sferrato – “senza contraddittorio”, come direbbero i suoi mandanti - un durissimo attacco al pm antimafia Ingroia, accusandolo di difendere la legalità e dunque di sovvertire la Costituzione. Alla quale Minzo è tanto affezionato: infatti spiega che i costituenti (cita il suo vecchio amico De Gasperi) “avevano previsto l’immunità parlamentare per assicurare l’equilibrio fra i poteri”. Poi purtroppo fu abolita in seguito a fantomatiche “operazioni mediatiche” dopo Tangentopoli: un “vulnus che va sanato” ripristinandola. Naturalmente non è vero niente: i costituenti non avevano stabilito alcuna immunità, ma l’autorizzazione a procedere per preservare i politici di opposizione da processi per reati “politici”, funzionali o di opinione, non certo per reati comuni. Il Parlamento ne abusò per bloccare processi per mafia e tangenti. Poi, a furor di popolo, la abolì.

È un peccato che nessuno possa raccontare la verità ai telespettatori del Tg1. Ma questo è il contraddittorio alla Scodinzolini: raccontare balle in beata solitudine.

Belfagor

5 ottobre 2009

La firma del Presidente parte seconda

da http://antefatto.ilcannocchiale.it/

3 ottobre 2009
Ieri abbiamo mandato le vostre firme al Quirinale. Abbiamo telefonato, ci hanno consigliato di usare il modulo precompilato che trovate qui https://servizi.quirinale.it/webmail/ (tenetelo presente per il futuro), ma le vostre firme erano troppe. Quindi le abbiamo messe in un file e le abbiamo spedite all'ufficio stampa che, ci ha garantito, le avrebbe poi fatte pervenire al presidente Giorgio Napolitano.

Poche ore dopo le agenzie di stampa hanno diffuso la nota del Colle in cui il capo dello Stato spiegava di aver deciso di firmare la conversione in legge del decreto che introduce lo scudo fiscale perché “si rileva che sono state confermate le correzioni che avevano accompagnato la promulgazione della legge di conversione del precedente decreto. Infatti, la legge prevede la punibilità di tutti i reati strumentali all'evasione fiscale per i quali sia stata già esercitata l'azione penale e stabilisce che le dichiarazioni di rimpatrio o di regolarizzazione sono utilizzabili a sfavore del contribuente nei procedimenti penali pendenti e futuri”.

Ma non erano questi i problemi che per una settimana abbiamo sollevato sul “Fatto”: come hanno spiegato magistrati ed economisti, lo scudo è un regalo agli evasori che li incentiva – anche per il futuro – a evadere ancora le tasse, che offre alle organizzazioni criminali la possibilità di riciclare denaro a un decimo del prezzo di mercato e distrugge la credibilità del fisco (non basta certo prendersela con Rocco Siffredi, come ha fatto l'Agenzia delle entrate, per compensare). Il nostro appello a non firmare, qualche effetto, però, lo ha avuto. Questa mattina Napolitano era in visita a Potenza, prima di tornare a Roma per firmare lo scudo. Un cittadino gli ha urlato: “Presidente, non firmi, lo faccia per le persone oneste”. Il capo dello Stato ha replicato così: “Nella Costituzione c'é scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il parlamento rivota un’altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente".

Peccato che il Parlamento, se il Pd si fosse presentato in aula invece che mandare i suoi deputati in missione a Madrid o avesse candidato individui sani (sembra che gli ospedali di tutta Italia siano pieni di deputati democratici dalla salute cagionevole che avevano improrogabili visite mediche)... Presidente, siamo sicuri che il Parlamento le avrebbe rimandato lo scudo? Ma soprattutto: la Costituzione la obbliga a firmare al secondo giro, non al primo, come ammette anche lei stesso. Intanto le vostre (nostre) firme finiscono in un cestino del Quirinale.

Stefano Feltri

***************

Aggiungo alcune considerazioni che ho letto fra i commenti al blog del "Fatto". Si è parlato di male minore e male maggiore: un eventuale ritorno della stessa legge al Colle sarebbe stato un male maggiore rispetto alla firma del Presidente. Sarà. Intanto, Napolitano ha dato un pessimo esempio ai cittadini, tanto con la sua condiscendenza, quanto con la sua risposta al signor Vigliolo di Rionero in Vulture che gli chiedeva di non firmare lo scudo fiscale: un esempio che dice che in Italia praticamente rubare è lecito, e il Presidente non ci può fare niente. Un esempio meno negativo soltanto di quello dato dal PD, con ben 59 deputati assenti in Aula durante l'approvazione del provvedimento, senza contare gli otto dell'UDC e addirittura i due dell'IDV, che pure aveva posto la questione dell'incostituzionalità dello scudo fiscale al voto. Ma siamo sicuri che per Costituzione il Presidente "non possa farci niente"? Intanto, è il rilievo generale, poteva rifiutarsi di firmare, con parere motivato, alla prima presentazione della legge: sarebbe stato senza dubbio un forte gesto simbolico. In secondo luogo, se fosse vero che il Parlamento avrebbe ripresentato comunque la stessa legge (evento possibile ma non prevedibile, dal momento che Napolitano si è precipitato a firmare anche il lodo Alfano), il Presidente a quel punto avrebbe potuto firmarla dissociandosi con una nota, oppure, con un gesto ancor più clamoroso, dimettersi denunciando una situazione di ormai insostenibile illegittimità. In ultima analisi, se "non firmare non significa niente", come sostiene Napolitano, per quale motivo i padri costituenti avrebbero previsto questo diritto fra le prerogative del Presidente della Repubblica? Per niente? Se il Presidente fosse davvero obbligato a firmare tutto e subito, in cosa consisterebbe il suo compito istituzionale di vigilare sul rispetto delle leggi e dei principi che sono alla base del nostro ordinamento? Forse, fra Napolitano e il cittadino di Rionero in Vulture, non è quest'ultimo a dire cose prive di senso e a non conoscere la Costituzione...

OT: è morto Gino Giugni, padre dello Statuto dei Lavoratori, deputato socialista, gambizzato dalle Brigate Rosse. Qualcuno non sarà d'accordo, ma dopo tutto il chiasso che si è fatto sulla morte di Mike Bongiorno, mi sembrava doveroso ricordare anche lui.

4 ottobre 2009

La firma del Presidente

da http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/

"Presidente non firmi, lo faccia per le persone oneste" gli ha chiesto un cittadino nella piazza di Rionero in Vulture, in Basilicata. Ma il presidente della Repubblica, che si trova lì per partecipare a un convegno sulla questione meridionale ha risposto: "Non firmare non significa niente". "Nella Costituzione - ha continuato Giorgio Napolitano - c'è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il Parlamento rivota un'altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente". (1)

Questa risposta di Napolitano è sbagliata e costituzionalmente anomala dal momento che un Parlamento ad opera di una maggioranza prevaricatrice può votare una legge come quella sullo scudo fiscale (2) che viola la Costituzione ed il Diritto ma il Presidente della Repubblica è tenuto a rispettare e fare rispettare la Costituzione senza tener conto delle conseguenze che questo possa avere. E' vero che il Parlamento può rivotare una legge respinta dal Presidente che poi sarà costretto a firmare o a prendere atto di una situazione inaccettabile e dimettersi. Ma questa eventualità non può essere prevista ed annullata approvando qualsiasi porcheria venga proposta. Intanto il rinvio di una legge al Parlamento è un fatto traumatico che sottolinea di fronte al Paese l'esistenza di qualcosa di inaccettabile e che viene respinto. E' un richiamo autorevole al rispetto della Costituzione. Può creare una mobilitazione democratica e civile tale da costringere il governo a cambiare strada. Inoltre, nel ritorno della legge alle Camere non è detto che deputati che avevano approvato non possano cambiare idea illuminati dalle osservazioni e dal respingimento del Capo dello Stato. Inoltre, nell'ipotesi che si instauri un braccio di ferro tra la Presidenza della Repubblica ed il Governo non è detto che questa eventualità sia peggiore di una acquiescenza sistematica del Capo dello Stato spaventato da una maggioranza parlamentare e ridotto a fare da notaio a questa.
Osservo, inoltre, che ancor prima che la Camera approvasse la legge il Presidente si è premurato di far sapere che l'avrebbe promulgata.Perchè lo ha fatto? Non avrebbe dovuto osservare il silenzio fino alla conclusione dell'iter parlamentare? La sua "esternazione favorevole" non ha scoraggiato qualcuno che riteneva offensivo incentivo alla corruzione il testo proposto dal centro-destra?
Certo sarebbe troppo parlare di Governo Berlusconi-Napolitano ma non c'è dubbio che gli atti fondamentali del governo sono stati tutti approvati quasi senza battere ciglio dal Quirinale. Lodo Alfano, prima legge sulla sicurezza, seconda legge sulla sicurezza, scudo fiscale contengono tutti elementi stridenti con la Costituzione e con lo Stato di Diritto. Come un gigantesco pitone capace di inghiottire e metabolizzare tutto la Presidenza della Repubblica ha sempre approvato ed al massimo si è limitata a qualche buffetto affettuoso a qualche nota, a qualche osservazione che magari non è stata tenuta in nessun conto dal Governo.
In queste condizioni parlare di sfascio del Paese e della sua etica, di demolizione dello Stato di Diritto e della Costituzione attribuibili al governo Berlusconi ed alla sua prepotente ed arrogante maggioranza non è corretto. In molti concorrono al degrado della democrazia italiana magari con le migliori intenzioni o per viltà o per compiacenza o per un malinteso collaborazionismo tra poteri dello Stato. Da una opposizione parlamentare che per ben due volte ha l'occasione per bloccare una legge immorale e non lo fa all'altissimo organismo di controllo che dichiara di approvare nel timore di un conflitto istituzionale che magari non si verificherebbe dal momento che coloro che confezionano leggi come questa dello scudo fiscale hanno molte code di paglia c'è un concorso generale ad una sorta di "cupio dissolvi" della Repubblica.
Con la promulgazione di questa legge, il degrado rovinoso dell'Italia continua.....

(1) http://finanza.repubblica.it/News_Dettaglio.aspx?del=20091003&fonte=RPB&codnews=211376

(2) "scudo fiscale 2009": http://www.privatebanking.gruppo.mps.it/Scudo+fiscale+2009/

Pietro Ancona

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da http://temi.repubblica.it/micromega-online/scudo-fiscale-i-nomi-dei-parlamentari-assenti-al-momento-della-votazione/

Scudo fiscale, i nomi dei parlamentari assenti al momento della votazione

Ieri la Camera dei Deputati ha votato sulla pregiudiziale di incostituzionalità dell'Italia dei Valori contro lo scudo fiscale tremontiano, che permetterà alla criminalità di far rietrare in Italia con la garanzia dell'anonimato e pagando una multa ridicola (il 5%) miliardi di euro sporchi.
Le tre questioni pregiudiziali di costituzionalità al decreto legge correttivo del pacchetto anticrisi, sollevate dall'opposizione (che aveva promesso battaglia), sono state bocciate dall'aula con 27 voti di scarto.
Tra gli assenti illustri, che avrebbero potuto affondare in maniera inappellabile il decreto (e quindi lo scudo), Massimo D'Alema, Dario Franceschini, Pierluigi Bersani, Francesco Rutelli (oltre a Massimo Calearo, Cesare Damiano, Ermete Realacci). Assenti in tutto 59 esponenti del Pd, due dell'Idv, otto dell'Udc, ovvero i tre partiti di opposizione. Il presidente della Repubblica, pur con qualche dubbio, ha fatto capire di essere propenso a firmare . Anche grazie all'assenza nel decreto legge di sanatorie per processi penali in corso.

L'ELENCO DI TUTTI I RAPPRESENTANTI DELL'OPPOSIZIONE ASSENTI

59 esponenti del PD

1. Argentin
2. Bersani
3. Boccuzzi
4. Boffa
5. Bucchino
6. Calearo Ciman
7. Calgaro
8. Capodicasa
9. Carra Enzo
10. Ceccuzzi
11. Cesario
12. Codurelli
13. D'Alema
14. Damiano
15. D'Antoni
16. De Micheli
17. Esposito
18. Fiano
19. Fioroni
20. Franceschini
21. Gaglione
22. Garofani
23. Giacomelli
24. Gozi
25. La Forgia
26. Levi
27. Lolli
28. Losacco
29. Maran
30. Marchignoli
31. Martino Pierdomenico
32. Meta
33. Mogherini Rebesani
34. Mosella
35. Picierno
36. Pistelli
37. Pollastrini
38. Pompili
39. Porta
40. Portas
41. Realacci
42. Rosato
43. Sani
44. Servodio
45. Tenaglia
46. Turco Livia
47. Vaccaro
48. Vassallo
49. Vernetti
50. Villecco Calipari
51. Zampa

IN MISSIONE

52. Bratti
53. Bindi
54. Cavallaro
55. Farina
56. Lusetti
57. Mecacci
58. Migliavacca
59. Rigoni

8 esponenti del UDC

1. Cesa
2. Ciccanti
3. Drago
4. Galletti
5. Mannino
6. Pisacane

IN MISSIONE

7. Volontè
8. Buttiglione

2 esponenti del IDV

1. Barbato
2. Cimadoro

(1 ottobre 2009)

5 settembre 2009

Umanità perduta

da http://espresso.repubblica.it/

UMANITA' PERDUTA

di Fabrizio Gatti
Novemila profughi che avevano diritto all'asilo sono spariti nei campi libici. Così la linea dura porta l'Italia fuori dal diritto. E il reato di clandestinità moltiplica il lavoro della polizia
 
Non c'è solo la linea dura sull'immigrazione. Con la storia dei gommoni e delle stragi, adesso l'Italia vuole dimostrare l'incapacità del governo di Malta nel pattugliare le acque di propria competenza. E impossessarsi così di gran parte della sua Sar, la zona di soccorso e ricerca in mare stabilita da una convenzione internazionale del 1979. Lo ha ammesso qualche giorno fa il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ai microfoni Rai di "Radio anch'io": "La Sar di Malta è estesa come l'Italia, mentre Malta è grande come Roma ".

Parole un po' più eleganti di quelle pronunciate dal ministro per le Riforme, Umberto Bossi, quando nelle stesse ore ha attaccato il governo dell'isola: "Malta è grande come uno sputo, non ci stanno neanche i maltesi". L'ennesima dimostrazione di diplomazia da osteria che, secondo lo staff del ministro dell'Interno della Valletta, Carmelo Mifsud Bonnici, nasconde il vero obiettivo dell'Italia: espropriare Malta e, attraverso il controllo della zona di soccorso, esercitare diritti sui giacimenti di gas e petrolio ancora da sfruttare a sud del canale di Sicilia. Un confronto giocato sulla pelle di migliaia di profughi e di decine di morti in pochi giorni. Mentre la polizia, attraverso il segretario generale del sindacato Siap, Giuseppe Tiani, denuncia già il fallimento della legge sul reato di clandestinità: in vigore da un mese, intaserà le questure e gli uffici giudiziari senza dare risultati. Il patto ancora segreto con la Libia è, poi, diventato oggetto di uno scontro con l'Unione europea: alla richiesta di chiarimenti, il premier Silvio Berlusconi ha risposto minacciando di bloccare "il funzionamento della Ue".

Quello che si nasconde dietro il patto con Gheddafi si può ricostruire con pochi numeri. È vero che gli sbarchi a Lampedusa, in Sicilia e in Sardegna si sono ridotti dai 18.901 immigrati del periodo gennaio-agosto 2008 ai 7.016 di quest'anno. Ma se si considera che il 75 per cento di queste persone ha chiesto asilo perché fuggite da guerre e dittature, significa che nel 2009 almeno 9 mila uomini, donne, ragazzi, bambini non hanno potuto trovare nessun riparo grazie alla linea dura voluta dalla Lega e da Berlusconi. Un popolo di desaparecidos verso i quali l'Italia aveva l'obbligo dell'accoglienza in base alla Convenzione di Ginevra e alla nostra Costituzione. È invece dimostrato che i richiedenti asilo e gli emigranti economici riconsegnati dall'Italia alla Libia in questi mesi siano stati rinchiusi in carcere o nei 15 campi di detenzione allestiti tra la costa e il deserto. Sono stati cioè impediti "dell'effettivo esercizio delle libertà democratiche" protette dall'articolo 10 della Costituzione, a cominciare dalla libertà personale. Ma l'Italia di Berlusconi non è più il Paese dei principi che hanno ispirato la Repubblica. Lo prova quanto è accaduto ai cinque eritrei, tra cui una ragazza e due minori, sopravvissuti su un gommone alla deriva nel Mediterraneo e soccorsi soltanto a 12 miglia da Lampedusa. Il limite delle acque territoriali italiane, non un miglio oltre: nonostante il gommone fosse stato avvistato e ignorato da una decina di pescherecci, fotografato da un ricognitore impegnato nell'operazione di pattugliamento europeo Frontex e rifornito nell'ultima fase della traversata dalla Marina maltese. Titti Tazrar, 27 anni, e gli altri quattro eritrei con lei, pur essendo sopravvissuti alla morte per sete di 75 compagni di viaggio e avendo diritto di richiedere asilo in Italia, sono stati denunciati per immigrazione clandestina. "Un atto dovuto ", hanno dichiarato gli investigatori della Procura di Agrigento.

Nella corta memoria italiana ci si è già dimenticati che prima dell'approvazione del pacchetto sicurezza, un mese fa, mandare a processo cinque profughi sarebbe stato un gesto di inciviltà. Oltre che uno spreco di denaro pubblico. Perché alla fine il giudice deve comunque decidere il "non luogo a procedere". Con i respingimenti di massa di questi giorni l'Italia è così uscita dal club di Paesi che garantiscono il diritto internazionale. Secondo le convenzioni delle Nazioni Unite, quelli ordinati da Silvio Berlusconi, e avallati dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, e della Difesa, Ignazio La Russa, sono atti di pirateria.

Se si dovesse applicare a loro lo stesso rigore che la Lega ha preteso per gli immigrati, l'Italia dovrebbe essere condannata davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, come è già accaduto nel 2005. Con l'aggravante, questa volta, della premeditazione: "Per contrastare l'immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati ", aveva detto il ministro dell'Interno in febbraio in un convegno ad Avellino. Fino al 2008, invece, le vedette della Marina e della Finanza collaboravano con Malta e si spingevano in Africa se c'erano persone da salvare. Lunedì scorso, in prefettura a Milano, Maroni ha anche sostenuto che i profughi respinti vengono assistiti in Libia dall'Acnur, l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati. Una bugia. Contattati da "L'espresso", funzionari dell'Acnur a Ginevra smentiscono di poter assistere i rifugiati respinti dall'Italia: "La Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951 e tanto meno ha una legislazione che regola la materia", spiegano, "per questo l'Alto commissariato non ha nessun riconoscimento formale da parte delle autorità libiche. In Libia abbiamo accesso soltanto ad alcuni centri di detenzione e soltanto su autorizzazione. Abbiamo così scoperto che le persone spariscono. Vengono spostate continuamente. E la nostra paura è che gli oppositori eritrei siano rimpatriati in Eritrea". Qualcuno forse un giorno si chiederà come potevano gli italiani e il loro governo non sapere. La Convenzione Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) firmata ad Amburgo è stata ratificata a Roma nel 1984. L'accordo obbliga gli Stati che si affacciano sul mare a mantenere un servizio di salvataggio in collaborazione con i Paesi confinanti. L'area di competenza maltese è un trapezio rettangolo di circa 250 mila chilometri quadrati. Si estende dalle acque al largo della Tunisia fino a una fetta di mare a sud di Creta e si sovrappone alla Sar italiana per decine di miglia proprio intorno a Lampedusa. Un'area che coincide con la regione di controllo del traffico aereo e anche di pagamento dei diritti di sorvolo che Malta ha ereditato dalla dominazione britannica. Ma che, secondo studi geologici, potrebbe racchiudere alcuni dei campi di idrocarburi ad alta profondità più ricchi del Mediterraneo. Eredità di quando, fino a cinque milioni di anni fa, il Mare Nostrum era un basso lago salato. Proprio in questi giorni il governo della Valletta ha deciso di uscire allo scoperto: la loro Marina soccorre con viveri e carburante i gommoni prima che si avvicinino alle proprie coste e li accompagna fino al confine delle acque italiane. In questo modo, secondo Malta, sono garantite sia la Convenzione di Ginevra sia le regole Sar. Uno scaricabarile al quale l'Unione Europea assiste lontana. La comprensibile paura dei 400 mila abitanti di Malta, tanti quanti una città come Bologna, è che il mercanteggiare continuo tra Berlusconi e Gheddafi sposti gli sbarchi da Lampedusa al loro arcipelago. Da queste parti hanno sempre mantenuto buoni rapporti con la Libia. E sanno che il regime di Tripoli non può fermare gli emigranti che salgono dall'Africa.

Il rischio di un nuovo fallimento della diplomazia show italiana è alle porte. Mentre sul pacchetto sicurezza aumentano le perplessità di agenti e funzionari. "La condanna al pagamento dell'ammenda da 5 mila a 10 mila euro rappresenta una sentenza inutile, che non sarà mai eseguita", osserva Giuseppe Tiani, segretario generale del Siap, "per giungere alla quale lo Stato dovrà, per contro, impiegare ingenti risorse umane, logistiche, economiche e giudiziarie". Un esempio? Eccolo: "Uno straniero clandestino viene fermato a Pavia", racconta Tiani, "e subito dopo, previa denuncia all'autorità giudiziaria, è trattenuto nel centro di espulsione di Bari, individuato dal ministero quale centro più vicino con disponibilità di posti. Ebbene, la questura di Bari dovrà successivamente curare la traduzione dello straniero davanti al giudice di Pavia per presenziare all'udienza. Si moltiplichi questo sforzo tante volte quanti saranno gli stranieri che saranno trasferiti da una città all'altra per presenziare alle rispettive udienze. Un costo enorme, per sentirli condannare a una ammenda che non potranno mai pagare. Subito dopo lo straniero sarà riaccompagnato al centro di espulsione di provenienza da dove, se mai identificato, sarà rimpatriato. Esattamente come già avveniva prima".
(03 settembre 2009)
 

22 novembre 2008

La salute è uguale per tutti

da http://www.simmweb.it/

Appello della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni

 "Ritirare l’emendamento che modifica l’art. 35 del T.U.!"
Un atto inutile e dannoso anzi pericoloso.

 

Nell’ambito della discussione in Senato del cosiddetto “Pacchetto Sicurezza” (atto 733), prima in commissione congiunta Giustizia ed Affari Costituzionali, e poi in aula sono stati depositati da sei senatori della Lega Nord degli emendamenti che minano radicalmente uno dei principi base della politica sanitaria nei confronti dei cittadini stranieri nel nostro paese e cioè la garanzia di accessibilità ai servizi per la componente irregolare e clandestina.

Due emendamenti (prot. 39.305 e 39.306) chiedono rispettivamente la modifica del comma 4 e l’abrogazione del comma 5 dell’articolo 35 del Decreto Legislativo 286 del 1998 (Testo Unico sull’immigrazione).

Partiamo dal comma 5, la cui cancellazione è di estrema gravità: esso infatti attualmente prevede che “l’accesso alle strutture sanitarie (sia ospedaliere, sia territoriali) da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”. Questa disposizione normativa è presente nell’ordinamento italiano già dal 1995, attraverso l’art. 13, proposto da una vasta area della società civile, del decreto legge n. 489/95, più volte reiterato, voluto ed approvato dal centro destra anche con i voti della Lega. La “logica” della norma non è solo quella di “aiutare/curare l’immigrato irregolare” (per altro deontologicamente assolutamente corretta!) ma in particolare di tutelare la collettività come prevede l’articolo 32 della Costituzione; il rischio di segnalazione e/o denuncia contestuale alla prestazione sanitaria, creerebbe una barriera insormontabile per l’accesso e spingerebbe ad una “clandestinità sanitaria” pericolosa per l’individuo ma anche per la popolazione laddove possano esserci malattie trasmissibili. Ormai esiste una significativa documentazione sul tema, compresa la posizione della Federazione degli ordini dei medici italiani, di alcune Società scientifiche e dei Ministri della sanità europei ... che sottolineano l’indispensabilità di questa impostazione per garantire concretamente la salute per tutti (è assolutamente intuitivo come le malattie non facciano distinzione di etnia, status giuridico o colore della pelle). L’effetto della cancellazione di questo comma vanificherebbe il lavoro fatto negli ultimi 13 anni che ha prodotto importanti successi nell’ambito sanitario tra gli immigrati testimoniato ad esempio dalla riduzione dei tassi di Aids, dalla stabilizzazione di quelli relativi alla Tubercolosi, dalla riduzione degli esiti sfavorevoli negli indicatori materno infantili (basso peso alla nascita, mortalità perinatale e neonatale ...). E tutto questo con evidente effetto sul contenimento dei costi in quanto l’utilizzo tempestivo e appropriato dei servizi (quando non sia impedito da problemi di accessibilità) si dimostra non solo più efficace, ma anche più “efficiente” in termini di economia sanitaria.

 

La modifica al comma 4 (vedi allegato) introduce invece un rischio di discrezionalità che amplificherebbe la difficoltà di accesso facendo della “barriera economica” e dell’eventuale segnalazione (in netta contrapposizione al mandato costituzionale di “cure gratuite agli indigenti”), un possibile strumento di esclusione, forse compromettendo la stessa erogazione delle prestazioni.

 

 


Riteniamo pertanto inutile e dannoso il provvedimento perchè:

  • spingerà all’incistamento sociale, rendendo invisibile una popolazione che sfuggirà ad ogni forma di tutela sanitaria e di contatto sociale legittimo;
  • potrà produrre percorsi sanitari ed organizzazioni sanitarie parallele al di fuori dei sistemi di controllo e di verifica della sanità pubblica (rischio di aborti clandestini, gravidanze non tutelate, minori non assistiti, ...);
  • creerà condizioni di salute particolarmente gravi poiché gli stranieri non accederanno ai servizi se non in situazioni di urgenza indifferibile;
  • avrà ripercussione sulla salute collettiva con il rischio di diffusione di eventuali focolai di malattie trasmissibili a causa dei ritardi negli interventi e la probabile irreperibilità dei destinatari di interventi di prevenzione;
  • produrrà un significativo aumento dei costi in quanto comunque le prestazioni di pronto soccorso dovranno essere garantite e le condizioni di arrivo saranno significativamente più gravi e necessiteranno di interventi più complessi e prolungati;
  • spingerà molti operatori ad una “obiezione di coscienza” per il primato di scelte etiche e deontologiche.


Riteniamo estremamente pericoloso il provvedimento poichè soprattutto in un momento di trasformazione sociale e di sofferenza economica, questo atto va ad intaccare il cosiddetto “capitale sociale”  della società (contrasto tra italiani e stranieri, diritti negati e nascosti, radicale differenza nella vision dell’approccio professionale) che una significativa letteratura scientifica definisce condizione per una deriva nel conflitto sociale (le cui prime avvisaglie stiamo già vivendo negli ultimi tempi).


Come medici ed operatori sanitari ci appelliamo perchè piuttosto che logiche di partito prevalga, alla luce delle evidenze tecnico scientifiche e di consolidate politiche sanitarie, un approccio intelligente e concreto di sanità pubblica come è già avvenuto nel 1995.


Il Consiglio di Presidenza della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni


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19 novembre 2008. Appello congiunto della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni e dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale. Immigrati e accesso ai servizi sanitari: una questione di etica e di giustizia sociale. Indignazione e preoccupazione per l’affermazione del ministro Sacconi sul “dovere” del medico di segnalare se il paziente è un irregolare. Le norme morali della professione medica e di ogni professione d’aiuto non possono avere eccezioni!


Abbiamo appreso dalle agenzie di stampa del 14 novembre u.s. che il governo intende attuare rapidamente il “Pacchetto Sicurezza” (atto 733) in discussione al Senato. A tale proposito, il Ministro Sacconi ha precisato che “il medico curante deve segnalare se il paziente è un irregolare. Se è clandestino deve essere segnalato per la sua situazione di clandestinità ed espulso".
Le affermazioni del Ministro seguono la proposta di due emendamenti depositati da alcuni Senatori della Lega Nord (prot. 39.305 e 39.306), che chiedono rispettivamente la modifica del comma 4 e l’abrogazione del comma 5 dell’articolo 35 del Decreto Legislativo 286 del 1998 (Testo Unico sull’immigrazione).
... La sua cancellazione metterebbe in serio pericolo l’accesso alle cure mediche degli immigrati irregolari, violando il principio universale del diritto alla salute, fortemente affermato dalla nostra Costituzione. L’art. 32 recita: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse  della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”, e vale la pena sottolineare come la Carta costituzionale non subordini al possesso di alcun requisito (si parla di ‘individuo’ e non di ‘cittadino’ o altro) il riconoscimento del diritto alla salute (e quindi all’assistenza). L’attuazione di questa eventuale modifica normativa creerebbe inoltre una 'clandestinità sanitaria’, pericolosa per l'individuo e per la collettività. Ma soprattutto pretenderebbe di costringere il medico ad andare contro le norme morali che regolano la sua professione contenute nel codice deontologico.
Come Osservatorio Italiano sulla Salute Globale, un organismo indipendente costituitosi nel 2002 con la volontà di colmare il vuoto di informazione e reciproco scambio tra medici, scienziati e operatori sullo stato di salute della popolazione in relazione al contesto politico, economico e sociale, e come Società Italiana di Medicina delle Migrazioni che, dal 1990, con oltre 700 soci, raccoglie le esperienze dei maggiori centri sul territorio nazionale che si occupano di assistenza sanitaria agli stranieri, esprimiamo profondo dissenso sulle parole del Ministro e la proposta dei senatori leghisti, e, sottoscrivendo le preoccupazione della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, Chirurghi ed Odontoiatri, chiediamo, in particolare attraverso la mobilitazione degli Ordini dei Medici e di altri albi professionali cui apparteniamo, il ritiro dei suddetti emendamenti.


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da http://blog.libero.it/lavoroesalute/5700716.html


COMUNICATO STAMPA dell’Associazione “Giuseppe Dossetti”


Inaccettabile tentativo di cancellare le norme per l’accesso alle cure sanitarie nei confronti dei cittadini stranieri presenti in Italia.

In questi giorni è in discussione al Senato il cosiddetto “Pacchetto Sicurezza”, presso la Commissione congiunta Giustizia ed Affari Costituzionali.

I senatori della Lega Nord Bricolo, Mauro, Bodega, Mazzatorta e Vallardi hanno presentato un emendamento che prevede l’abrogazione del comma 5 dell’art.5 del decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286 (Testo Unico sull’immigrazione) oltre a modifiche del comma 4 e del comma 6 del medesimo articolo.

Il responsabile dell’Osservatorio per la Tutela e lo Sviluppo dei Diritti dell’Associazione “Giuseppe Dossetti: i Valori” (www.dossetti.it), Corrado Stillo, ha dichiarato:  “Se passassero gli emendamenti proposti da alcuni senatori della Lega Nord, gli stranieri presenti in Italia non in regola con il permesso di soggiorno verrebbero privati del diritto d’accesso alle cure sanitarie ed alle prestazioni ospedaliere di ogni tipo.

I clandestini malati non sarebbero più curati e sarebbero costretti a nascondere le loro malattie per paura di essere segnalati alle autorità, con il rischio di mettere a repentaglio l’incolumità pubblica per la diffusione di patologie emergenti come la tubercolosi.

Chiediamo alle forze politiche di respingere gli emendamenti proposti perché dannosi per tutti e di lasciare inalterato un testo di legge che ha permesso negli ultimi anni non solo un indubbio successo sanitario tra gli immigrati (riduzione dei tassi di AIDS, abbassamento della mortalità infantile, sconfitta delle malattie infettive), ma anche un rafforzamento dell’immagine internazionale dell’Italia per l’opera altamente meritoria in campo sociale”.

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da http://appelli.arcoiris.tv/salute/

Curare gli indigenti, soprattutto i bambini, è un dovere deontologico per tutti i medici, ma è un imperativo etico per un paese civile.
Non cancelliamo con un decreto un diritto costituzionale

…." chi di questi ti sembra stato il prossimo di colui che fu ferito dai briganti ?"
Quello rispose "chi ha avuto compassione e si è preso cura di lui"
ed Egli disse "va e fa anche tu lo stesso" (Vangelo secondo Luca)

Appello promosso dalla Segreteria Provinciale FIMP
( Federazione Italiana Medici Pediatri ) di Modena


L'art. 32 della Costituzione Italiana sancisce come diritto fondamentale dell'individuo il diritto alla tutela della salute e garantisce agli indigenti il diritto alle cure gratuite, anche nell'interesse della collettività.

Il DL 286/ 98 all'art. 35 prevede la gratuità delle cure urgenti ed essenziali anche agli stranieri non iscritti al SSN, privi di permesso di soggiorno, e privi di risorse economiche e non prevede nessuna segnalazione, salvo i casi di obbligatorietà di referto, come per i cittadini italiani.

La Lega Nord - Padania ha presentato attraverso 5 Senatori un emendamento che prevede l'abrogazione del comma 5 dell'art. 35 e abolisce la gratuità della prestazione urgente ed essenziale agli stranieri non iscritti al SSN e privi di risorse economiche, e propone inoltre l'obbligo per le autorità sanitarie di segnalarli all'autorità competente.

I Pediatri di libera scelta aderenti alla FIMP ( Federazione Italiana Medici Pediatri ) operanti nel SSN, sottoscrittori di questo appello,
ritengono gravissimo tale emendamento che finirebbe per respingere in sacche di esclusione la popolazione più indigente e ne richiedono il ritiro :
esso non è soltanto la negazione di un diritto costituzionalmente sancito, ma costituisce anche un pericolo per la tutela della salute della collettività, per la mancata cura di patologie anche gravi, con conseguente rischio di diffusione e rappresenta inoltre un pericoloso passo legislativo verso l'abolizione del diritto alla cura.

Ritengono inoltre che la segnalazione all'autorità competente di un paziente indigente sia in aperto contrasto con il codice etico ordinistico al quale i medici debbono attenersi e di cui affermano il primato.

Denunciano con preoccupazione che tale emendamento priverà della assistenza sanitaria essenziale migliaia di bambini divenuti "per Decreto invisibili e senza diritti" in totale contrasto con la Convezione ONU sui diritti del fanciullo e richiedono che lo Stato Italiano firmatario con
L. 176/91 della Convenzione ONU di New York del 20.11. 1989 sui diritti del fanciullo garantisca ad ogni minore straniero il pieno diritto di usufruire delle prestazioni mediche pediatriche a prescindere dalla regolarità del soggiorno.

Richiedono quindi a tutti i colleghi Pediatri, a tutti i Medici, agli Operatori Sanitari e a tutti i Cittadini Italiani ai quali stanno a cuore i fondamenti dello stato sociale e la solidarietà di sottoscrivere questo appello.

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