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Questo blog è casa mia. Come una casa si arreda secondo i propri gusti, così su questo spazio scrivo quello che mi pare, con o senza il gradimento altrui. Gli unici nomi reali che vi compaiono appartengono a personaggi pubblici, riguardo ai quali, si spera ancora per qualche tempo, è in vigore la libertà d'opinione. A volte anche a me, come a tutti i gestori di spazi simili a questo, succede di scrivere storie ispirate a vicende personali. Ma in quei casi i nomi sono o fittizi o assenti del tutto. Se qualcuno o qualcuna, geograficamente vicino o vicina a me, crede di riconoscersi in qualche personaggio di cui scrivo, sono problemi esclusivamente suoi: da parte mia, posso soltanto consigliare a questi individui di non far più visita a questo spazio. Io racconto storie, non rilascio deposizioni giudiziarie, né faccio pettegolezzo da portineria: quest'ultimo soprattutto è uno sport che lascio volentieri ad altri o ad altre. Concludo questa seconda avvertenza, che si è resa necessaria contro la mia volontà, con un proverbio napoletano che calza a pennello con la circostanza: "Chi vò male a chesta casa addà crepà primm ca trase."


Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950. "Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." - Pubblicato nella rivista “Scuola democratica”, 20 marzo 1950





un dito per maroni























 

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4 novembre 2009

La "questione polizia"

da http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-questione-polizia/

Sono intervenuto, su sedi diverse (in particolare il quotidiano «La Stampa»), più volte in passato, davanti a fatti di cronaca o eventi politici (come quelli di Genova dell’estate 2001), per ricordare che esiste nel nostro Paese una “questione polizia”. E come altre questioni, a cominciare da quella meridionale – di cui è tempo di parlare, peraltro, anche qui –, è del tutto irrisolta. Va premesso un reverente pensiero a quanti in divisa hanno pagato un prezzo altissimo, fino alla stessa vita, per aver compiuto il loro dovere, in cambio di una manciata di denari, e tra molte umiliazioni (specie ora, con un governo che esalta le forze dell’ordine ma toglie loro i fondi, e le affianca con grottesche ronde di cittadini): come dimenticare poliziotti eccezionali come Cassarà o Montana uccisi dalla lupara mafiosa? O Carlo Alberto Dalla Chiesa e la sua scorta? E tanti altri, in una dolorosa lista di caduti sul campo della difesa della società dalle tante mafie, dal nuovo crimine organizzato, dall’illegalità diffusa che spesso diventa delinquenza omicida e non esita a travolgere ogni ostacolo davanti a sé, a cominciare dal tutore dell’ordine in divisa.

E nondimeno, non può essere dimenticato neppure l’altro lato della medaglia, su cui si poggiano dati negativi assai pesanti. Sbaglierebbe chi ritenesse una novità gli episodi degli ultimi tempi, in particolare ai danni di ragazzi italiani e stranieri sostanzialmente senza alcuna vera colpa penale, come il povero Stefano Cucchi: episodi che richiamano fatti del passato, come il pestaggio e l’uccisione di Federico Aldrovandi, per limitarsi a un nome. Ogni volta ci si stupisce, e quel che è peggio ogni volta si tace, o tutt’al più, quando (di rado) le responsabilità di singoli agenti o carabinieri o finanzieri siano accertate, si ricorre a perifrasi che preliminarmente insistono sulle “mele marce”, che non possono certo “gettare fango” sul corpo: vedasi l’incredibile vicenda dei carabinieri ricattatori del governatore del Lazio, Piero Marrazzo. E stiamo parlando di episodi che sono assurti agli onori della cronaca: ma quanti sono quelli di ordinaria, silenziosa amministrazione, nelle caserme, nei commissariati, nelle carceri? O addirittura in case private, oggetto di “visite” delle forze dell’ordine? (Mi è stato riferito, recentemente, di una irruzione poliziesca in casa di una coppia di giovani che effettivamente “arrotondava” con lo spaccio: prima ancora di parlare gli agenti hanno “gonfiato” di botte i due, e hanno letteralmente devastato il loro piccolo, modestissimo appartamento: si difende così la legalità?).

A Torino, il 1° maggio 1999 (governo di Centrosinistra, presidente D’Alema, ministro dell’Interno Enzo Bianco), si svolse un’irruzione intimidatoria della polizia nel Centro Askatasuna – un centro sociale ormai “storico”, affermatosi anche grazie a funzioni sociali da esso svolto importanti nel quartiere – con pestaggi, arresti ingiustificati, distruzioni di arredi e di tutti i libri della biblioteca, e inquietanti scritte istoriate sulle pareti (“Dux”, “Che frocio”…). Allora Torino, per non dire del resto del Paese, tacque: pochissime, flebili voci si fecero sentire. E fu assai male. Poi vennero i fatti di Napoli, e quindi di Genova, sotto Berlusconi II, con Gianfranco Fini alla “regia” nella Caserma Diaz.

Quando gli episodi sono tanti, e così frequenti, e si ripetono al di là del succedersi dei governi, vuol dire che esiste un problema di fondo. Emerge un panorama delle istituzioni preposte alla tutela della nostra sicurezza in chiaroscuro, con episodi di fedeltà allo Stato contaminati da vicende di segno opposto, con autentici eroi ai quali si affiancano uomini, perlopiù delle alte sfere, ma anche della truppa, a dir poco chiacchierati per non dir peggio, molto peggio. Tutto questo potrebbe essere anche interpretato come un segno dell’accresciuta integrazione con la società delle forze dell’ordine rispetto a un passato nemmeno tanto lontano quando la democrazia rimaneva fuori della porta delle caserme, la richiesta di un sindacato appariva sovversiva, e la formazione culturale degli agenti, graduati e funzionari era gravissimamente deficitaria. Oggi che certe conquiste sono raggiunte, sembra che i progressi sul piano della modernizzazione degli apparati polizieschi abbiano fatto passare in secondo piano il significato di battaglie civili in cui molti uomini in divisa furono coinvolti in prima persona.

Il problema di fondo, insomma, non è di strutture, o di mezzi, che pure oggi sono gravemente carenti; è piuttosto un problema di formazione. Finché la divisa rimarrà essenzialmente un’alternativa all’emigrazione nel Mezzogiorno, finché nelle Scuole di polizia e nelle Caserme degli altri corpi non si farà un salto di qualità: la buona volontà, le professionalità, l’abnegazione dei singoli non ci daranno forze dell’ordine democratiche, formate sulla Costituzione repubblicana e sugli altri “testi sacri” e capaci di stabilire un rapporto corretto con la cittadinanza,
Tante volte si è detto, in replica alle denunce di episodi di corruzione o violenza, che non si intende fare “un processo” alla polizia e ai carabinieri. Ho scritto più volte che, invece, quel processo è da fare: non nel senso, ovviamente, di mettere tutti gli uomini (ora anche donne!) dei corpi di polizia sul banco degli imputati, ma nel senso che occorre che la cultura istituzionale si interroghi sullo spazio che, del tutto impropriamente, le forze di polizia hanno occupato nella fisionomia dello Stato.

Il succedersi delle stagioni e dei governi e i cambiamenti epocali della storia d’Italia, non hanno messo in forse due dati di fondo. 1) Le forze di polizia sono state sempre prima di tutto forze “dell’ordine” invece che forze di sicurezza: è stato e continua ad essere l’ordine pubblico la prima e spesso pressoché loro unica preoccupazione, a detrimento della dialettica democratica da una parte e della lotta al crimine dall’altra. 2) Gli apparati (enormi e pletorici) di polizia hanno acquistato un ruolo extraistituzionale che ha finito per marginalizzare non solo quello della magistratura, ma degli stessi governi. A ciò si aggiunge che negli ultimi tempi, con il crearsi di un diffuso senso comune, generato anche da precise scelte politiche governative, nazionali e locali, si stanno evidenziando cittadini di serie B e addirittura di serie C: gli “sfigati”, i non garantiti, gli immigrati extracomunitari. Tra loro, però, non capita mai di trovare boss della camorra, grandi bancarottieri, super-evasori fiscali, e simili.

In definitiva, le forze di polizia hanno costituito una sorta di potere a sé, che si esercita quasi indipendentemente dal potere esecutivo e dal potere giudiziario, e si accanisce contro coloro che nessuno è in grado di difendere, codici alla mano. Siamo in un grave ritardo, come segnala lo stillicidio di casi di tale gravità, quali il fermo, l’arresto, la detenzione, il pestaggio fino alla morte per cause “misteriose” di ragazzi che hanno avuto principalmente la mala sorte di imbattersi in una pattuglia di polizia. Se siamo a questo punto, occorre che, urgentemente, la cultura liberale si ridesti dal suo sonno e affronti di petto quello che definii in passato (suscitando il risentimento dell’Onorevole Napolitano, già ministro dell’Interno con Prodi), “un nodo scorsoio sul collo della democrazia italiana”: la questione polizia.

Angelo d’Orsi

8 ottobre 2009

E' asciuto pazzo 'o padrone

da http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=75885&sez=ITALIA

ROMA (7 ottobre) - «Vado avanti, queste cose mi fanno un baffo, la Corte Costituzionale è di sinistra e tutti sanno da che parte sta Napolitano». Così Silvio Berlusconi ha commentato la sentenza della Consulta che a maggioranza (9-6) ha dichiarato incostituzionale il Lodo Alfano per violazione degli articoli 3 (il principio di eguaglianza) e 138 della Costituzione (mancato uso di una legge costituzionale). Napolitano difende la Corte Costituzionale e il premier commenta: non mi interessano le sue parole. Per il Pd le dichiarazioni sul Capo dello Stato sono «inaccettabili». Per effetto della sentenza si riaprono i processi Mills e Mediaset a carico del premier. Intanto il ministro Alfano fa sapere: non pensiamo a una legge costituzionale.

In serata
telefonata di Silvio Berlusconi durante la trasmissione Porta a Porta: Napolitano, ha detto, è espressione della vecchia maggioranza di sinistra, contro i processi farsa mi difenderò in tv. Battibecco con Rosy Bindi: «Ravviso che lei è sempre più bella che intelligente».

Le reazioni alla sentenza. Mentre il Pdl parla di «sentenza politica», il Pd non chiede le dimissioni del premier (come fa l'Idv) ma che Berlusconi si rimetta al giudizio dei magistrati. Anche secondo l'Udc il premier non deve dimettersi. «Andiamo avanti non ci piegano, se si ferma il federalismo facciamo la guerra» commenta Umberto Bossi.

Scontro Berlusconi-Quirinale. Il premier: Consulta di sinistra e tutti sanno da che parte sta Napolitano, non mi interessa quello che dice. «Noi dobbiamo governare cinque anni con o senza il lodo, io non ci ho mai creduto» al fatto che il Lodo passasse «perché con una Corte Costituzionale con undici giudici di sinistra era impossibile che lo approvassero». «La sintesi qual è? - aggiunge Berlusconi - meno male che Silvio c'è, se non ci fosse saremmo in mano alla sinistra». Il premier parla di «magistrati rossi» e di «stampa controllata al 72% dalla sinistra, tutti gli spettacoli di approfondimento sono di sinistra» e aggiunge: «Il Capo dello Stato sapete da che parte sta».«Queste cose qua mi caricano, agli italiani li caricano: viva gli italiani, viva Berlusconi». Berlusconi commenta poi le parole di Napolitano (il giudizio sul lodo spetta solo alla Corte Costituzionale): «Non mi interessa cosa ha detto il Capo dello Stato, mi sento preso in giro».

«Abbiamo giudici della Corte Costituzionale eletti da tre capi dello Stato della sinistra, che fanno della Consulta non un organo di garanzia ma un organo politico». In ogni caso, ha aggiunto Berlusconi, «noi andiamo avanti: i processi che mi scaglieranno nel piatto sono autentiche farse; sottrarrò qualche ora alla cura della cosa pubblica per andare là a sbugiardarli tutti».

Più contenuto, invece, il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi. «Non posso non rispettare il responso della Corte costituzionale nel quadro di un sistema democratico. Prendo atto tuttavia che questo sistema, soprattutto per le modalità con cui vengono eletti i membri della Corte, rischia di alterare nel tempo un corretto equilibrio fra i poteri dello Stato, i quali traggono tutti origine dalla sovranità del popolo».

Ribatte il Quirinale
. «Tutti sanno da che parte sta il presidente della Repubblica. Sta dalla parte della Costituzione, esercitando le sue funzioni con assoluta imparzialità e in uno spirito di leale collaborazione istituzionale» si legge in una nota diffusa dal Quirinale. Il giudizio di costituzionalità delle leggi «spetta soltanto alla Corte Costituzionale», e la sua decisione è stata accolta dal
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «con rispetto».

Franceschini. «Sono parole inimmaginabili in qualsiasi altro Paese e anche in Italia fino a qualche anno fa» commenta Dario Franceschini, durante la tasmissione Otto e Mezzo, su La7. «È un atteggiamento totalmente irresponsabile - ha aggiunto - il presidente Napolitano ha svolto bene, in modo ineccepibile, il suo ruolo di garanzia». Franceschini invita il premier a «farsene una ragione», riferendosi alla sentenza della Consulta. «Oggi è una giornata importante per la democrazia - ha detto Franceschini - Il presidente del Consiglio immagina che, avendo vinto le elezioni, può violare le regole ed essere superiore a tutte le leggi e agli organi Costituzionali. Invece, deve rispettare le leggi come tutti i cittadini: dovrà farsene una ragione».

Il Pd cercherà di ottenere le dimissioni del premier sulle sue scelte di governo e non per la sentenza della Consulta sul Lodo Alfano, che «semplicemente ristabilisce un principio» ha concluso Franceschini.

Casini. «Napolitano è stato in questi giorni bersaglio di Di Pietro e da questa sera è il bersaglio anche di Berlusconi» ha detto a Porta a Porta il leader dell'Udc Pierferdinando Casini.

Alfano: non pensiamo a una legge costituzionale, sentenza che sorprende. «Non abbiamo intenzione di seguire la via della legge Costituzionale» ha risposto a Porta a Porta il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, alla domanda se il governo stia pensando all'ipotesi di un terzo lodo. «Questo - ha spiegato Alfano - aprirebbe il campo a una ipotesi di immunità parlamentare che non è nella nostra agenda. Comunque sulle valutazioni faremo il punto domani quando è convocato un ufficio politico del Pdl». Alfano aveva detto che la sentenza «sorprende» perché l'evocazione dell'art.138 della Costituzione poteva essere fatta nel 2004 sul Lodo Schifani.

Le reazioni del Pdl alla sentenza. «E' una sentenza politica - spiega Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi - ma il governo Berlusconi continuerà a governare come richiesto dagli italiani con il loro voto». Secondo Fabrizio Cicchitto la Consulta «ha rovesciato la sua precedente impostazione, l'unica spiegazione di questo così profondo cambiamento della sua dottrina sulla materia deriva da un processo di politicizzazione della Corte che si schiera sulla linea dell'attacco al Presidente Berlusconi». Per il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, «se fosse vero che lo scarto è stato minimo aumenterebbe il convincimento - dice - che si sia trattato di una scelta più politica che di diritto».

«La Corte da oggi non è più un organo di garanzia, è una sezione di partito» commenta Maurizio Gasparri. Della stessa idea ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini.

Lega. «Se si ferma il federalismo facciamo la guerra, andiamo avanti non ci piegano» ha commentato Umberto Bossi. «Nemmeno lui (Silvio Berlusconi n.d.r.) vuole le elezioni anticipate - dice - L'ho trovato forte e questo mi ha fatto molto piacere, l'ho trovato deciso a combattere». Prima della sentenza Bossi
aveva detto che in caso di bocciatura la Lega avrebbe trascinato in piazza il popolo. Il Pd aveva condannato le parole del leader della Lega considerando «inaccettabile la pressione di Bossi sulla Corte Costituzionale», definite «una intimidazione esplicita» alla Consulta.

Le reazioni dell'opposizione. Per Pier Luigi Bersani la sentenza «ha chiarito che il premier è un cittadino come gli altri, il premier continui a lavorare e si rimetta alla sentenza». La Consulta ha «ristabilito il principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge» ha detto il segretario del Pd, Dario Franceschini. «Una sentenza non politica» dalla quale il Silvio Berlusconi «dovrà trarre e credo trarrà le conseguenze» commenta Anna Finocchiaro. Piero Fassino si augura che «si accantoni definitivamente la teoria del complotto e prevalga la consapevolezza che le sentenze della Corte Costituzionale si rispettano».

Di Pietro. Berlusconi «la smetta di fare leggi a proprio uso e consumo, si dimetta dall'incarico e vada a fare quello che da 15 anni si ostina a non voler fare: l'imputato» ha detto Antonio Di Pietro.

Per Massimo D'Alema
«non bisogna trarre conseguenze politiche dalla sentenza».

Secondo Pierferdinando Casini «inq uesto Paese c'è scarsa attitudine a rispettare le leggi e le sentenze» e la sentenza della Consulta sul lodo Alfano va rispettata ma «non è il giudizio universale». «Naturalmente il Governo che ha preso i voti degli elettori deve continuare a occuparsi dei problemi degli italiani che vengono prima di quelli Berlusconi».

«Ora il premier affronti il giudizio della magistratura» chiede il leader di Sinistra e Libertà, Nichi Vendola.

Gianni Alemanno. «La sentenza non intacca la legittimazione democratica del presidente Berlusconi e del Governo in carica che deve continuare la sua opera» ha commentato il
sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

Fini chiama Berlusconi: maggioranza solida. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha chiamato il premier e, secondo quanto si è appreso in ambienti parlamentari, rassicurandolo sulla volontà di andare avanti in questa legislatura. La maggioranza è quella uscita dalle urne ed è solida, avrebbe tra l'altro detto Fini al presidente del Consiglio.

La sentenza della Consulta. Secondo i giudici della
Corte Costituzionale il Lodo Alfano ha creato una differenziazione di trattamento tra cittadini (violazione art.3 della Costituzione) che può essere compiuta solo con una legge costituzionale (
art.138). La Corte ha accolto le più importanti questioni di legittimità sollevate dai magistrati di Milano dinanzi ai quali il premier è imputato per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato inglese David Mills e per reato societari nella compravendita dei diritti televisivi Mediaset. La Consulta ha invece dichiarato inammissibile il terzo ricorso, proposto dal gip di Roma, chiamato a decidere se archiviare (come chiesto dalla procura) su Berlusconi, indagato per istigazione alla corruzione di alcuni senatori eletti all'estero durante la scorsa legislatura.

Gli effetti. L'effetto della decisione presa a maggioranza (9-6) sarà la riapertura di due processi a carico del premier Berlusconi: per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.

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da http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=22696&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=

ROMA (7 ottobre) - Sei persone sono state denunciate per aver gridato «in galera, in galera, la legge è uguale per tutti» verso Silvio Berlusconi davanti a Palazzo Venezia dove il premier si è recato per visitare una mostra.

 

5 ottobre 2009

La firma del Presidente parte seconda

da http://antefatto.ilcannocchiale.it/

3 ottobre 2009
Ieri abbiamo mandato le vostre firme al Quirinale. Abbiamo telefonato, ci hanno consigliato di usare il modulo precompilato che trovate qui https://servizi.quirinale.it/webmail/ (tenetelo presente per il futuro), ma le vostre firme erano troppe. Quindi le abbiamo messe in un file e le abbiamo spedite all'ufficio stampa che, ci ha garantito, le avrebbe poi fatte pervenire al presidente Giorgio Napolitano.

Poche ore dopo le agenzie di stampa hanno diffuso la nota del Colle in cui il capo dello Stato spiegava di aver deciso di firmare la conversione in legge del decreto che introduce lo scudo fiscale perché “si rileva che sono state confermate le correzioni che avevano accompagnato la promulgazione della legge di conversione del precedente decreto. Infatti, la legge prevede la punibilità di tutti i reati strumentali all'evasione fiscale per i quali sia stata già esercitata l'azione penale e stabilisce che le dichiarazioni di rimpatrio o di regolarizzazione sono utilizzabili a sfavore del contribuente nei procedimenti penali pendenti e futuri”.

Ma non erano questi i problemi che per una settimana abbiamo sollevato sul “Fatto”: come hanno spiegato magistrati ed economisti, lo scudo è un regalo agli evasori che li incentiva – anche per il futuro – a evadere ancora le tasse, che offre alle organizzazioni criminali la possibilità di riciclare denaro a un decimo del prezzo di mercato e distrugge la credibilità del fisco (non basta certo prendersela con Rocco Siffredi, come ha fatto l'Agenzia delle entrate, per compensare). Il nostro appello a non firmare, qualche effetto, però, lo ha avuto. Questa mattina Napolitano era in visita a Potenza, prima di tornare a Roma per firmare lo scudo. Un cittadino gli ha urlato: “Presidente, non firmi, lo faccia per le persone oneste”. Il capo dello Stato ha replicato così: “Nella Costituzione c'é scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il parlamento rivota un’altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente".

Peccato che il Parlamento, se il Pd si fosse presentato in aula invece che mandare i suoi deputati in missione a Madrid o avesse candidato individui sani (sembra che gli ospedali di tutta Italia siano pieni di deputati democratici dalla salute cagionevole che avevano improrogabili visite mediche)... Presidente, siamo sicuri che il Parlamento le avrebbe rimandato lo scudo? Ma soprattutto: la Costituzione la obbliga a firmare al secondo giro, non al primo, come ammette anche lei stesso. Intanto le vostre (nostre) firme finiscono in un cestino del Quirinale.

Stefano Feltri

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Aggiungo alcune considerazioni che ho letto fra i commenti al blog del "Fatto". Si è parlato di male minore e male maggiore: un eventuale ritorno della stessa legge al Colle sarebbe stato un male maggiore rispetto alla firma del Presidente. Sarà. Intanto, Napolitano ha dato un pessimo esempio ai cittadini, tanto con la sua condiscendenza, quanto con la sua risposta al signor Vigliolo di Rionero in Vulture che gli chiedeva di non firmare lo scudo fiscale: un esempio che dice che in Italia praticamente rubare è lecito, e il Presidente non ci può fare niente. Un esempio meno negativo soltanto di quello dato dal PD, con ben 59 deputati assenti in Aula durante l'approvazione del provvedimento, senza contare gli otto dell'UDC e addirittura i due dell'IDV, che pure aveva posto la questione dell'incostituzionalità dello scudo fiscale al voto. Ma siamo sicuri che per Costituzione il Presidente "non possa farci niente"? Intanto, è il rilievo generale, poteva rifiutarsi di firmare, con parere motivato, alla prima presentazione della legge: sarebbe stato senza dubbio un forte gesto simbolico. In secondo luogo, se fosse vero che il Parlamento avrebbe ripresentato comunque la stessa legge (evento possibile ma non prevedibile, dal momento che Napolitano si è precipitato a firmare anche il lodo Alfano), il Presidente a quel punto avrebbe potuto firmarla dissociandosi con una nota, oppure, con un gesto ancor più clamoroso, dimettersi denunciando una situazione di ormai insostenibile illegittimità. In ultima analisi, se "non firmare non significa niente", come sostiene Napolitano, per quale motivo i padri costituenti avrebbero previsto questo diritto fra le prerogative del Presidente della Repubblica? Per niente? Se il Presidente fosse davvero obbligato a firmare tutto e subito, in cosa consisterebbe il suo compito istituzionale di vigilare sul rispetto delle leggi e dei principi che sono alla base del nostro ordinamento? Forse, fra Napolitano e il cittadino di Rionero in Vulture, non è quest'ultimo a dire cose prive di senso e a non conoscere la Costituzione...

OT: è morto Gino Giugni, padre dello Statuto dei Lavoratori, deputato socialista, gambizzato dalle Brigate Rosse. Qualcuno non sarà d'accordo, ma dopo tutto il chiasso che si è fatto sulla morte di Mike Bongiorno, mi sembrava doveroso ricordare anche lui.

4 luglio 2009

I compagni di merende

da www. repubblica.it

I compagni di merende

di MASSIMO GIANNINI


ABBASSARE i toni, chiede il presidente della Corte Francesco Amirante. Come se la cena fra due giudici costituzionali, il capo del governo e il suo guardasigilli fosse una questione di fair play privato e di bon ton istituzionale, e non invece uno scandalo e una vergogna morale. Cos'altro deve accadere, perché si percepisca l'abisso etico-politico in cui il berlusconismo ha precipitato questo paese, riproducendo per partenogenesi le forme di un conflitto di interessi sempre più endemico, pervasivo, totalizzante?

Cos'altro deve accadere, perché si comprenda l'imbarbarimento giuridico-normativo in cui il berlusconismo ha trascinato lo Stato di diritto, trasformandone i "servitori" irreprensibili in co-autori irresponsabili delle sue leggi ad personam?
Le parole dei due giudici coinvolti nel caso si commentano da sole. A colpire, nell'eloquio di Luigi Mazzella e di Paolo Maria Napolitano, non è solo la corriva complicità di chi detta per lettera un "caro Silvio, siamo oggetto di barbarie", né la banale volgarità di chi obietta "a casa mia invito chi voglio". Un frasario da "compagni di merende", più che da principi del foro, che nessuna frequentazione presente o passata (per rapporti privati di amicizia o relazioni pubbliche d'ufficio) potrebbe oggi giustificare. Ma quello che inquieta e indigna è la condivisione di un format ideologico caro al presidente del Consiglio, che rovescia sugli avversari la sua visione illiberale e autoritaria del potere. "Un nuovo totalitarismo" che "malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali": ne scrive Mazzella, e sembra di sentire l'ennesimo comizio assurdamente resistenziale del Cavaliere. "Siamo vittime di un tentativo di intimidazione": ne sragiona Napolitano, e pare di ascoltare l'ennesima giaculatoria falsamente vittimistica del Caimano.

Nessuno riuscirà a far fare un passo indietro a questi due "uomini di legge", che della legge fanno strame, in nome della legge. È un gioco di parole, ma proprio questo è il vero cortocircuito che impedisce e impedirà qualunque intervento su due giudici che hanno ineluttabilmente violato tutti i codici deontologici, anche se nessun codice penale. Ha formalmente ragione il Capo dello Stato, a spiegare attraverso i suoi uffici che un provvedimento del Quirinale, in un caso come questo, "non ha fondamento perché interferirebbe nella sfera di insindacabilità della Corte". Costituzione alla mano, è assolutamente vero. Come, Costituzione alla mano, è assolutamente vero che i giudici della Consulta appartengono a una sfera diversa rispetto a quelli ordinari. Diversi i criteri di nomina e di elezione, differenti le regole di carriera, che li esclude dal cursus dei concorsi e dalla disciplina del Csm. Proprio in quanto rappresentanti di un organo di rilevanza costituzionale che deve decidere spesso su questioni che riguardano altri poteri dello Stato, non subiscono gli stessi limiti cui sono esposti gli altri "contropoteri".

Ma si potrebbe dire che proprio lo "status" speciale di questi giudici, per la cruciale importanza delle questioni di principio sulle quali sono chiamati a decidere e sui quali poggia l'intero Stato di diritto, li espone ad un "self restraint" infinitamente maggiore, e non indiscutibilmente minore, rispetto a quello cui devono sentirsi sottoposti un gip, un gup, un pm o un magistrato di corte d'appello. L'inalienabile principio della "terzietà", per loro, dovrebbe valere immensamente di più di quanto non valga per un giudice civile, che per esempio, come prevede l'articolo 51 del codice di procedura, è obbligato all'istituto dell'astensione "se ha un interesse nella causa o in altra vertente su identica questione di diritto", e soprattutto "se egli stesso o la moglie è parente... o è commensale abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori". Perché un pretore deve astenersi da una causa se ha pranzato più volte con il denunciante nella stessa controversia, e Mazzella e Napolitano potranno allegramente decidere della legittimità costituzionale del lodo Alfano, pur avendo cenato infinite volte con il vero, unico beneficiario di quello scudo processuale che lo mette al sicuro da una probabile condanna penale? Basta il fatto che il primo sia obbligato al passo indietro da un articolo testuale del codice, e i secondi possono sottrarsi all'obbligo solo perché non c'è una norma espressa che glielo imponga? Eppure questo succede, e questo succederà quando il 6 ottobre cominceranno le udienze della Consulta su quella scellerata legge salva-premier. Con buona pace di tutti. A partire dallo stesso Cavaliere. Ha tuonato per anni contro la Corte, "covo di comunisti" e architrave del "pentagono rosso" che domina l'Italia bolscevica, e oggi ne capta la benevolenza attraverso un'intollerabile forma di diplomazia conviviale. Ha insultato il giudice Gandus definendola "toga eversiva" e ha tentato di ricusarla solo perché, avendo partecipato a qualche iniziativa di Magistratura democratica contro qualcuna delle sedicenti "riforme della giustizia" del Polo, sarebbe stata incapace della necessaria obiettività di giudizio nel decidere su di lui al processo Mills. E ora difende a spada tratta due "toghe corrive" perché, pur avendo più volte condiviso con lui la tavola in questi mesi di serena bisboccia, in autunno avranno sicuramente la necessaria obiettività di giudizio nel decidere sulla costituzionalità di una legge che lo riguarda in prima persona.

Invocare il ripristino della "sacralità" degli organi di garanzia, come fa Di Pietro, è purtroppo una pia illusione. In questa perpetua eresia italiana i mercanti presidiano il tempio. E non si vede più chi li possa cacciare.

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L'APPELLO / Cento costituzionalisti contro il lodo Alfano
Una raccolta di firme in difesa della Costituzione

Lodo e processi rinviati
strappo all'uguaglianza


Cento costituzionalisti in campo contro il lodo-Alfano che sospende i processi delle quattro più alte cariche istituzionali e contro la norma blocca-processi. Il documento è intitolato "In difesa della Costituzione" ed è firmato da ordinari di diritto costituzionale e discipline equivalenti: tra essi gli ex presidenti della Consulta Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky e Leopoldo Elia. A coordinare la raccolta di firme è stato Alessandro Pace, presidente dell'Associazione italiana costituzionalisti.

I sottoscritti professori ordinari di diritto costituzionale e di discipline equivalenti, vivamente preoccupati per le recenti iniziative legislative intese: 1) a bloccare per un anno i procedimenti penali in corso per fatti commessi prima del 30 giugno 2002, con esclusione dei reati puniti con la pena della reclusione superiore a dieci anni; 2) a reintrodurre nel nostro ordinamento l'immunità temporanea per reati comuni commessi dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Presidenti di Camera e Senato anche prima dell'assunzione della carica, già prevista dall'art. 1 comma 2 della legge n. 140 del 2003, dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004, premesso che l'art. 1, comma 2 della Costituzione, nell'affermare che "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", esclude che il popolo possa, col suo voto, rendere giudiziariamente immuni i titolari di cariche elettive e che questi, per il solo fatto di ricoprire cariche istituzionali, siano esentati dal doveroso rispetto della Carta costituzionale, rilevano, con riferimento alla legge di conversione del decreto legge n. 92 del 2008, che gli artt. 2 bis e 2 ter introdotti con emendamento a tale decreto, sollevano insuperabili perplessità di legittimità costituzionale perché: a) essendo del tutto estranei alla logica del cosiddetto decreto-sicurezza, difettano dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dall'art. 77, comma 2 Cost. (Corte cost., sentenze n. 171 del 2007 e n. 128 del 2008); b) violano il principio della ragionevole durata dei processi (art. 111, comma 1 Cost., art. 6 Convenzione europea dei diritti dell'uomo); c) pregiudicano l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 Cost.), in conseguenza della quale il legislatore non ha il potere di sospendere il corso dei processi, ma solo, e tutt'al più, di prevedere criteri - flessibili - cui gli uffici giudiziari debbano ispirarsi nella formazione dei ruoli d'udienza; d) la data del 30 giugno 2002 non presenta alcuna giustificazione obiettiva e razionale; e) non sussiste alcuna ragionevole giustificazione per una così generalizzata sospensione che, alla sua scadenza, produrrebbe ulteriori devastanti effetti di disfunzione della giustizia venendosi a sommare il carico dei processi sospesi a quello dei processi nel frattempo sopravvenuti; rilevano, con riferimento al cosiddetto lodo Alfano, che la sospensione temporanea ivi prevista, concernendo genericamente i reati comuni commessi dai titolari delle sopra indicate quattro alte cariche, viola, oltre alla ragionevole durata dei processi e all'obbligatorietà dell'azione penale, anche e soprattutto l'art. 3, comma 1 Cost., secondo il quale tutti i cittadini "sono eguali davanti alla legge".

Osservano, a tal proposito, che le vigenti deroghe a tale principio in favore di titolari di cariche istituzionali, tutte previste da norme di rango costituzionale o fondate su precisi obblighi costituzionali, riguardano sempre ed esclusivamente atti o fatti compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni. Per contro, nel cosiddetto lodo Alfano la titolarità della carica istituzionale viene assunta non già come fondamento e limite dell'immunità "funzionale", bensì come mero pretesto per sospendere l'ordinario corso della giustizia con riferimento a reati "comuni".

Per ciò che attiene all'analogo art. 1, comma 2 della legge n. 140 del 2003, i sottoscritti rilevano che, nel dichiararne l'incostituzionalità con la citata sentenza n. 24 del 2004, la Corte costituzionale si limitò a constatare che la previsione legislativa in questione difettava di tanti requisiti e condizioni (tra cui la doverosa indicazione del presupposto - e cioè dei reati a cui l'immunità andrebbe applicata - e l'altrettanto doveroso pari trattamento dei ministri e dei parlamentari nell'ipotesi dell'immunità, rispettivamente, del Premier e dei Presidenti delle due Camere), tali da renderla inevitabilmente contrastante con i principi dello Stato di diritto.

Ma ciò la Corte fece senza con ciò pregiudicare la questione di fondo, qui sottolineata, della necessità che qualsiasi forma di prerogativa comportante deroghe al principio di eguale sottoposizione di tutti alla giurisdizione penale debba essere introdotta necessariamente ed esclusivamente con una legge costituzionale.

Infine, date le inesatte notizie diffuse al riguardo, i sottoscritti ritengono opportuno ricordare che l'immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i Ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro, tanto meno nell'ordinamento spagnolo più volte evocato, ma sempre inesattamente.

L'elenco dei firmatari.
Alessandro Pace, Valerio Onida, Leopoldo Elia, Gustavo Zagrebelsky, Enzo Cheli, Gianni Ferrara, Alessandro Pizzorusso, Sergio Bartole, Michele Scudiero, Federico Sorrentino, Franco Bassanini, Franco Modugno, Lorenza Carlassare, Umberto Allegretti, Adele Anzon Demmig, Michela Manetti, Roberto Romboli, Stefano Sicardi, Lorenzo Chieffi, Giuseppe Morbidelli, Cesare Pinelli, Gaetano Azzariti, Mario Dogliani, Enzo Balboni, Alfonso Di Giovine, Mauro Volpi, Stefano Maria Cicconetti, Antonio Ruggeri, Augusto Cerri, Francesco Bilancia, Antonio D'Andrea, Andrea Giorgis, Marco Ruotolo, Andrea Pugiotto, Giuditta Brunelli, Pasquale Costanzo, Alessandro Torre, Silvio Gambino, Marina Calamo Specchia, Ernesto Bettinelli, Gladio Gemma, Roberto Pinardi, Giovanni Di Cosimo, Maria Cristina Grisolia, Antonino Spadaro, Gianmario Demuro, Enrico Grosso, Anna Marzanati, Paolo Carrozza, Giovanni Cocco, Massimo Carli, Renato Balduzzi, Paolo Carnevale, Elisabetta Palici di Suni, Maurizio Pedrazza Gorlero, Guerino D'Ignazio, Vittorio Angiolini, Roberto Toniatti, Alfonso Celotto, Antonio Zorzi Giustiniani, Roberto Borrello, Tania Groppi, Marcello Cecchetti, Antonio Saitta, Marco Olivetti, Carmela Salazar, Elena Malfatti, Ferdinando Pinto, Massimo Siclari, Francesco Rigano, Francesco Rimoli, Mario Fiorillo, Aldo Bardusco, Eduardo Gianfrancesco, Maria Agostina Cabiddu, Gian Candido De Martin, Nicoletta Marzona, Carlo Colapietro, Vincenzo Atripaldi, Margherita Raveraira, Massimo Villone, Riccardo Guastini, Emanuele Rossi, Sergio Lariccia, Angela Musumeci, Giuseppe Volpe, Omar Chessa, Barbara Pezzini, Pietro Ciarlo, Sandro Staiano, Jörg Luther, Agatino Cariola, Nicola Occhiocupo, Carlo Casanato, Maria Paola Viviani Schlein, Carmine Pepe, Filippo Donati, Stefano Merlini, Paolo Caretti, Giovanni Tarli Barbieri, Vincenzo Cocozza, Annamaria Poggi.

5 novembre 2008

Avviso ai naviganti...

Segnalo questa iniziativa, fatta propria e divulgata dall'Amico E=Mc2 , sperando che il nostro Presidente si scuota dal torpore che lo opprime da quando è salito al Colle.

Relata refero

            Ho firmato e pubblicizzo quanto ricevuto, per "ingrandire" l'iniziativa:
"

Ricevo e vi inoltro questa iniziativa che può avere una risposta solo se siamo in tanti. Spero che ognuno di voi possa trasmetterla ad altrettanti cittadini che hanno a cuore una scuola di qualità ma, pubblica. Fraterni saluti, Alfredo Toppi

Per intervenire contro il Decreto Gelmini, questa è una delle  possibili modalità:
 
Oggi: scuola

In questi giorni sono moltissime le e-mail inviate al Presidente  della Repubblica per chiedergli di non firmare la legge di  conversione del decreto Gelmini.
Ora il Presidente della Repubblica non può, per disposto  costituzionale, rifiutarsi di firmare una legge approvata dal  Parlamento. Egli, però, prima di firmarla, può inviare un messaggio  motivato alle Camere con il quale chiede una nuova deliberazione.
Per chiedergli di seguire questa strada, costituzionalmente  corretta, ho predisposto il testo di una lettera che chi volesse  può inviargli. importanti sono due cose:
1. Che la richiesta sia fattibile (e quella allegata lo è)

2. Che le richieste che gli pervengono siano tantissime

Il meccanismo per scrivere al Presidente della Repubblica è semplicissimo: Andare su Internet a
www.quirinale.it

Cliccare su La Posta ed appare una finestra sulla quale vanno  scritti i propri dati personali ed il testo della lettera (Lo  spazio a  disposizione contiene esattamente il testo allegato - che  va scritto tutto di seguito senza andare a capo - e il nome di chi  scrive, non di più)

L'invito a chi concorda è duplice:

1. inviare la lettera

2. trasmetterla a tutte le persone di cui si ha l'indirizzo  invitandole  a fare altrettanto.

L'unica possibilità per essere ascoltati è di essere tanti, tantissimi


TESTO DA INSERIRE NEL MODULO:

 

Oggetto: Scuola


Signor Presidente,

la Camera dei Deputati ha approvato la legge di conversione del  decreto 137/’08 (con voto di fiducia) e altrettanto è avvenuto al  Senato. Non Le chiedo di non firmare questa legge, ma di compiere  un atto che la Carta Costituzionale Le consente. Lei avrà trenta giorni di tempo, dopo il voto del Senato, per promulgarla (comma 1,  art. 73 della Costituzione).

Le chiedo di inviare al Parlamento, in  quel lasso di tempo, un messaggio motivato (comma 1, art. 74 della  Costituzione) per chiedere una nuova deliberazione.

 

E quale più forte motivazione di quella di una legge di riforma  della Scuola approvata senza la necessaria discussione ed i  doverosi confronti, con un voto di fiducia usato proprio a questo  scopo?

 

Confido in un Suo intervento.


[Nome e cognome] "

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